La democrazia parlamentare quando muta il consenso elettorale esige un ritorno alle urne
Secondo le regole della democrazia parlamentare i governi si formano sulla base delle maggioranze sorrette dal consenso elettorale. Tuttavia, se quel consenso è significativamente cambiato nel corso di successive, univoche prove elettorali, il Capo dello Stato ha il dovere di prenderne atto e di chiamare i cittadini alle urne, al fine di evitare che si realizzi un crescente distacco del popolo dalle istituzioni, con rischi per la democrazia.
Avrebbe dovuto tenerne conto il Presidente Mattarella, anche a tutela della sua immagine di garante imparziale della legalità costituzionale, in ragione della sua pregressa appartenenza al Partito Democratico, al quale, con il nuovo governo affidato al Prof. Conte viene attribuito un ruolo certamente superiore a quello che gli italiani gli hanno attribuito nelle elezioni, prima e dopo il 4 marzo 2018, dal referendum sulla riforma costituzionale del 4 dicembre 2016 alle altre consultazioni che, a livello regionale e comunale, hanno disegnato una ben diversa mappa del consenso popolare.
I monarchici italiani, gelosi custodi della democrazia parlamentare, nata con lo Statuto del Regno d’Italia, segnalano all’opinione pubblica una anomalia naturale ovunque il Capo dello Stato è espressione dei partiti.
Roma,29.08.2019
Il Presidente Nazionale
Avv. Alessandro Sacchi
Davide e Golia
di Giuseppe Borgioli
La riunione del G7 a Biarritz, sotto la supervisione del super attivo Macron, si è conclusa con un sostanziale nulla di fatto, mascherato dei soliti comunicati di maniera. Si parla e si straparla di globalizzazione ma il mondo non è mai stato così attraversato da divisioni e interessi contrastanti come in questa fase politica e economica. Non intendiamo dare lezioni di diplomazia al grande Macron che prova a ripercorrere goffamente le orme del gigante De Gaulle però è evidente che ogni strada indirizzata a Teheran passa par Israele. Altrimenti si combinano solo guai come nella non dimenticata Libia di Gheddafi.
Se non altro Macron pensa in grande, si illude di rivivere l’epoca d’oro della Francia quando Parigi era al centro del mondo. Più meschino – ci duole ammetterlo – è il capitolo della politica italiana con il governo dei tacchini che stenta a nascere. C’è un modo di dire americano che se dipendesse dai tacchini sarebbe abolito il thanksgiving, proprio come i parlamentari da noi abolirebbero le elezioni o le rinvierebbero sine die.
Nei giorni scorsi il Presidente degli Stati Uniti Trump nel fuoco di artificio delle sue iniziative ha rivendicato la Groenlandia e se non sbaglio si è detto disposto a pagare-Forse gli Stati Uniti presumono di poter comprare tutto. La Groenlandia fa parte integrale del Regno di Danimarca. Dotata di ampia autonomia che è stata sancita dal referendum del 2oo8, la Groenlandia si ritiene a ragione una Monarchia unita alla Corona danese. Bene ha fatto il Governo danese a rispondere picche. Una nazione si giudica anche dalla fierezza di chi la guida. Una volta di più questo popolo ha dimostrato che Davide non teme Golia. La cortesia e la fermezza della Danimarca andrebbero prese a modello da chi si agita e sbraita inutilmente, come fosse sul palcoscenico.
Investimenti e lavoro per la crescita e lo sviluppo dell’economia
Nel dibattito tra le forze politiche intente a definire un programma di governo i monarchici italiani rilevano una insufficiente attenzione per le esigenze di crescita e sviluppo, ai fini dell’aumento di una occupazione stabile e qualificata la cui assenza è dimostrata dall’esodo dei giovani migliori che, formati in Italia, vanno ad arricchire con il loro lavoro altri paesi europei.
L’Unione Monarchica Italiana ritiene che sia necessario l’impegno di rilevanti risorse pubbliche verso finalità di generale interesse, ferrovie, strade, porti, aeroporti, per modernizzare l’Italia, alimentare la migliore imprenditoria e creare posti di lavoro. Un finanziamento pubblico di grandi dimensioni, inoltre, potrebbe mobilitare anche il rilevante risparmio privato, come è stato nei momenti di grave crisi in Italia e nel mondo. Su questi temi si verificherà l’adeguatezza della classe politica italiana rispetto alle reali esigenze del nostro amato Paese.
Roma,26.08.2019
Il Presidente Nazionale
Avv. Alessandro Sacchi
Comportarsi da Re
di Giuseppe Borgioli
Mentre le nostre cronache politiche sono affastellate dai consueti capricci dei partiti sempre più litigiosi e insensibili alla eredità morale e storica che ci ha lasciato la Monarchia, le atre nazioni nostre vicine di casa ci danno delle lezioni di comportamento che noi stentiamo a far nostre.
Si tratta di piccoli fatti tratti dalla cronaca che assumono un valore paradigmatico su cui possiamo riflettere.
Un amico francese mi ha detto che il premier russo Putin è ospite per le vacanze del presidente della repubblica francese Macron in una sua villa nella Costa Azzurra.
Credo che nessun francese si scandalizzi a questa notizia e che la veda come un segnale positivo. Fra i doveri di un capo dello stato c’è anche quello di ospitalità verso il collega straniero.
Cosa accadrebbe in Italia se presidente Mattarella assecondasse questo costume? A parte la curiosa disposizione di uomini politici e giornalisti che sfidando il ridicolo si sono scoperti improvvisamente filo americani e anti russi. Persino coloro che provengono dalle fila del PCI o della variopinta sinistra si dolgono che settori della destra e l’immancabile Salvini non siano sufficientemente filo atlantici, si preoccupano per la stabilità della NATO, non parlano più delle vituperate basi militari.
Ospitare capi di stato stranieri, alleati o amici, è compito di un buon Sovrano e i Re hanno sempre saputo coniugare la politica estera con i rapporti personali e dinastici.
Il pensiero dolente va alla tenuta di San Rossore che è sempre stata un fiore all’occhiello dei Savoia. Ciò che è diventata sotto la repubblica forse un giorno sarà scritto sui libri di storia. Vorremmo ricordare al presidente Mattarella che la democrazia non consiste nell’aprire San Rossore alle scolaresche o ai gitanti. E’ una falsa democrazia, è demagogia.
Sappiamo bene che il presidente Mattarella in questi giorni ha altro per la testa. Ripensare a San Rossore e al suo splendore vuol dire guardare il futuro con un occhio diverso
Un popolo senza identità, una elite senza il senso dello Stato
di Giuseppe Borgioli
Ha ragione Giuseppe De Rita (La Repubblica 31 luglio) a dire che siamo un popolo senza identità perché ci rifiutiamo di conoscere la nostra storia e non coltiviamo la facoltà della memoria? Temiamo che sia proprio così. Questa anonimia è più grave della crisi economica e finanziaria perché ci inibisce in ogni sforzo comune, in ogni impresa (giusta o sbagliata) che presupponga il sacrificio di tutti, in ogni perseguimento di un traguardo da conquistare insieme.
De Rita dimentica un particolare non secondario: non abbiamo forse cancellato dal nostro dizionario la parola Patria? Non ci hanno forse insegnato i cattivi maestri a sostituirla con la parola paese? A quale paese apparteniamo? I lombardi o i veneti a sentire i loro governatori non appartengono allo stesso paese dei campani, dei pugliesi, dei calabresi.
Questo declino è casuale o ha che fare con le istituzioni che necessariamente si inverano nei simboli. Che cos’è il simbolo se non il legame di ciò che si vede con ciò che non si vede e che tiene unito un popolo?
Si dice spesso che nelle monarchie costituzionali il Re ha una funzione simbolica. Evviva quel simbolo che permette a un popolo di parlare la stessa lingua, di godere degli stessi successi, di patire gli stessi dolori. Funzione simbolica non significa funzione decorativa.
Lo stesso De Rita ha riaffermato spesso la necessità di una Chiesa Cattolica adeguata ai tempi. Anche questo è vero, tanto più vero in una società secolarizzata che sembra aver perso la bussola del viaggio e si è smarrita.
Il Vaticano è un colle importante nella vita spirituale di Roma e dell’Italia.
Il suo dirimpettaio è il colle del Quirinale che ha bisogno di simbolo laico.
Se ha da esserci un Re in Vaticano, ci sia un Re anche al Quirinale.
Alla assenza di identità del popolo fa da pendant la mancanza di senso dello stato nella elite politica e civile.
L’accoppiamento di queste due mancanze genera il vuoto del nostro tempo.