di Giuseppe Basini

( tratto da: http://opinione.it/editoriali/2021/01/22/giuseppe-basini_coronavirus-tv-stato-conte-speranza-renzi-draghi-grillo-corrida-covid/)

La brutta sensazione, come un’arietta fredda insinuante e pungente, cominciò a circolare nel Palazzo poco prima del Santo Natale, segnalandosi con una improvvisa e circospetta gravità di espressione, che, intravista da principio sui volti dei maggiori papaveri rossi, era arrivata poi, come un’onda anomala, fino a quelli di peones, segretarie e faccendieri. Eccezion fatta per pochi, era però più una vaga sensazione di pericolo che una reale conoscenza, come il timore di qualcosa di alieno venuto a turbare compiaciute esistenze di Corte, un qualcosa di nuovo e preoccupante, ritenuto prima impensabile.  In realtà, piccoli segnali premonitori però c’erano.  Ad esempio, già da giorni, in luogo della solita corsa ad apparire in tivù per i commenti politici, si era vista la novità di una serie di costumati e quasi dignitosi dinieghi e, nel mausoleo della tv di Stato, i funzionari più pronti ad annusare il vento avevano notato lo strano e inusitato fenomeno.  Inoltre, man mano che i giorni delle vacanze, intristiti dal Coronavirus e dai divieti polizieschi del governo, scorrevano lenti, facce solitamente allenate a un abituale sorriso di sufficienza, cominciavano a sbiancarsi (a seconda anche dei temperamenti e delle condizioni del fegato) ma tuttavia ancora prevalevano stupore ed incredulità : “Ma no dai, non è possibile, ma figurati se i nostri onorevoli sono disposti a rischiare di tornare a casa, e poi per aprire la strada a quelli, ma, dico…a quelli!”.  Solo nella stanza del gran cerimoniere del governo, il premier senza partito né elezione, ma dotato di un riconosciuto e levantino sussiego da sartoria, la chiusura ermetica delle porte sembrava indicare che forse davvero qualcosa non andava (si mormora che nottetempo avesse perfino sognato Matteo Renzi che gli offriva caramelle insieme a Draghi). In verità, c’erano anche altri segni, Franceschini il duttile, volpino e serioso, si preoccupava assai di mettere agli atti “io però l’avevo detto e ridetto”,  mentre Di Maio il dotto ripeteva meccanicamente  “ non guardate me, io mi son dimesso da più di un anno”, senza però riuscire a togliersi di dosso quell’eterna aria di essere lì solo per caso. Speranza infine, con fanciullesca impudenza, proprio non si capacitava che, nel bel mezzo di una pandemia, potessero pensare di licenziare un ministro così bravo e risolutore come lui.  Tra i parlamentari i segnali erano ancora più preoccupanti. Bersani continuava a borbottare “ecco cosa si guadagna a indebolire la Ditta”, Fiano a parlare dell’attualità dell’antifascismo, Delrio a starsene zitto e serio, mentre Renzi si mostrava il più indignato di tutti, anche se qualcuno giura di averlo visto, in aula, girare sovente il capo per nascondere un riso irrefrenabile.  Pian piano la situazione scivolava su di un piano inclinato, verso un sempre più inevitabile scontro al Senato, terreno instabile e infido.  Tentativi, autorevoli e non, vennero posti in atto per evitare o almeno rallentare la corsa verso il baratro.  Niente, perfino gli appelli dell’uomo più serio, misurato e competente della repubblica, l’elegante e nobile Beppe Grillo del Vaffa, caddero nel vuoto.  Mentre tutti si domandavano se la corrida sarebbe stata di tipo spagnolo, con la morte di uno dei duellanti oppure portoghese, dove lo scontro è solo mimato, i penultimatum si susseguivano l’uno all’altro.  E il giorno della verità alla fine arrivò, sotto forma di conferenza stampa, per annunciare la pace o la guerra (o la corrida). Arrivati alla corrida, più per caso che per scelta, le prime evoluzioni dei banderilleros si svolsero nell’arena della camera, terreno più favorevole al governo, ma subito si vide dalle veroniche che il modello era quello portoghese, il torero non aveva nessuna voglia di uccidere il bestio, anzi, dichiarava apertamente di volersene astenere. Ma il rischio del Senato restava.  Anche se il Renzi furioso si era talmente intimidito da balbettare che lui, per carità, scherzava e che anzi aveva sempre ammirato il ciuffo e la pochette del Conte, la folla chiedeva però a gran voce lo scontro e il cambio del torero. Naturalmente, approssimandosi l’ora della verifica tutti, protagonisti e portaborse, corsero verso i televisori, ma non in grandi sale attrezzate, con cameramen, giornalisti, clienti e postulanti, no, piuttosto in stanzette ridotte, riservate, quasi come alla ricerca di luoghi più intimi, più adatti – se del caso – a elaborare il lutto. E così, quando la pendola del castello batté le 12 (pardon, le venti ed era la Rai) erano tutti di fronte a uno schermo.   Alle 20,30 in punto la notizia deflagrò, incontenibile.  Veicolata dalle veline delle agenzie la situazione mostrava che la fortezza governativa, vecchia terra di conquista, caro Palazzo culla di tanti sogni di belle carriere, stava crollando poiché la maggioranza, ormai irrimediabilmente divisa, non era più maggioranza.  Il Governo, mancando le forze, rischiava la fine. Ricerche affannose di fonti alternative, telefonate ai giornali, internet ( ah, i bei tempi quando c’erano le Botteghe Oscure! ) nulla pareva dare conforto, la situazione stava precipitando.  La crisi sembrava aperta.  Lo stupore si cambiò in dolore, i deputati di prima nomina guardavano ansiosi gli astuti decani della maggioranza, cercando motivi di speranza, ma questi restavano muti, solo occupati a darsi un contegno e fingere di aspettare gli eventi. Si videro scene inusuali: cronisti, operatori e curiosi, scendere velocemente di numero nelle postazioni governative, per infittire quelle dei partiti di opposizione, parlamentari di sinistra divenuti parchi di commenti, quasi afoni e gente comune di destra desiderosissima invece di parlare, anzi di urlare. Nel Palazzo, presidiato dalle forze dell’ordine in mascherina, ma semideserto, il grande temporeggiatore, “Quinto Giuseppi Massimo l’Indossatore”, forse ancora asserragliato nel fortilizio o forse evaporato, non dava segni di vita né tantomeno di presenza politica (quest’ultima in effetti mancante anche prima), mentre alcuni dei suoi sodali, un po’ basiti, giravano in tondo attorno alle rovine, senza assembramenti, ma con atteggiamenti e idee molto confusi.  Si mormora, infatti, che Zanda, nella notte, abbia raggiunto uno stato di fissità facciale preoccupante, quasi pietrificata, Zingaretti abbia pensato di chiedere al fratello se, in ipotesi, ci potesse essere una parte anche per lui (magari come assistente di Catarella). Maria Elena Boschi, sempre elegante, sembra abbia accennato al suo “spleen”, mentre la Laura Boldrini pare abbia prospettato di emigrare in Africa, beninteso con un prestigioso incarico Onu.  I grillini invece, spaesati come sempre, furono uditi lamentarsi di come, nella scatoletta aperta, non ci fosse più tonno, proprio adesso che i ristoranti erano chiusi, mentre il noto garantista Bonafede pesantemente redarguiva Speranza per non aver sprangato il parlamento per il Covid.  Sembra ci siano stati fenomeni concentrici pure fuori dal Palazzo, perché osservatori dell’ammiragliato britannico hanno segnalato come branchi disordinati di sardine abbiano attraversato lo stretto di Gibilterra, abbandonando per sempre il Mediterraneo.  A commento Buscaglione avrebbe detto “che notte, ragazzi, quella notte”.  Sembrava la notte del crollo di un vecchio e sbilenco equilibrio, del nostro locale muro di Berlino, di un sistema sempre più autoritario, ma ormai sgretolato e rabbioso, il giorno della fine di tante compiaciute vanità.  Qua e là discorsi pensosi, ma poco seri “e ora dove finirà il Paese?” con la testa in realtà rivolta a una gradita e ben pagata consulenza culturale, ora a rischio. È così che un mondo un po’ fatuo, rimasto tale nonostante la protervia pasticciona del lockdown, ha cominciato ad andarsene, un mondo che in realtà era già finito, ma non se ne era accorto. E allora, scomparso Don Camillo ad opera di un Papa occupato a distruggere la tradizione, Peppone, per la nostalgia, ha provato a suicidarsi.  Sembrava tutto finito.  A pensarci bene però, forse non tutto era perduto, no, bastava… non prenderne atto. La brillante intuizione, suggerita proprio dal machiavellico fiorentino, era : se io, invece di votarti contro, mi limito a darti una “non sfiducia” e tu fai finta di niente e non ti dimetti, tutti restiamo in Parlamento felici e contenti, così tu fai in tempo a farti il tuo partito, io il mio e alla lunga speriamo di prendere un po’ di voti al Partito Democratico e ai Cinque Stelle, perché la destra sarà pure il nemico, ma questi sono molto peggio, sono dei concorrenti.   Il patto dei campanili tra l’uomo di Rignano sull’Arno e quello di Volturara Appula fu così siglato nottetempo, nella sagrestia di una piccola chiesa sconsacrata dei gesuiti e la recita, che tale era stata, subitaneamente terminò. Giù il sipario e applausi. E qui posso anche chiudere, ma non prima di aver ricordato ai colleghi di sinistra, che spero non se la prendano troppo per questa bonaria presa per i fondelli (anche perché vedo che cercheranno vanamente di continuare a governare come nulla fosse) che prima o poi si dovrà comunque votare e questa volta per davvero, nelle elezioni politiche e che allora la gente potrà dimostrare di avere o no gradito la pièce teatrale che le avete proposto nell’ultimo anno, invece di un vero governo.  Se, come credo e spero, le elezioni non andranno bene per voi, potrete sempre riflettere sul fatto che anche le sconfitte hanno un pregio, perché ricordano la democrazia a chi – non è un po’ il vostro caso? –  pensa invece di essere naturalmente predestinato al potere. Compagni, non siete predestinati al potere e neanche all’opposizione. Dipende dai cittadini elettori, della cui libertà spesso, troppo spesso, vi scordate completamente. Auguri.                                     

di Salvatore Sfrecola

( tratto da: www.unsognoitaliano.eu)

Riprendo il tema dei Senatori “a vita”, già oggetto di un mio intervento su La Verità di ieri, segnalando che è mia ferma convinzione che essi non dovrebbero votare la fiducia al Governo in quanto privi di legittimazione popolare. Forse non tutti sanno, infatti, che il Senato del Regno, che era composto da altissime personalità della vita politica, istituzionale e culturale del Paese, “nominate” dal Re, “Camera di garanzia, di riflessione e di revisione – una posizione che politicamente tendeva a mettere l’Assemblea vitalizia in ombra rispetto a quella elettiva” (Vittorio Di Ciolo, Senato, In Enciclopedia del Diritto, vol. XLI, 1166), non dava la fiducia al Governo. Il Senato, spiega Santi Romano (Il Diritto Pubblico Italiano, Giuffrè, Milano, 1988, 133), “non è organo rappresentativo del popolo, com’è invece l’altra Camera” e pertanto solo l’assemblea elettiva si riteneva fosse legittimata, in virtù del voto popolare, ad esprimere tale scelta. Nella Costituzione repubblicana i Senatori a vita, sulla base dell’art. 59, comma 2, sono “nominati” dal Presidente della Repubblica tra i “cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. La scelta del Presidente della Repubblica non è in alcun modo condizionata da una proposta governativa, in quanto il decreto di nomina è controfirmato dal Presidente del Consiglio dei Ministri ai sensi dell’art. 89, comma 2, della Costituzione. Al contrario, vigente lo Statuto Albertino, il decreto reale di nomina era adottato previa deliberazione del Consiglio dei ministri (art. 1, n. 9, R.D. 25 agosto 1876, n. 3289 e 2 R.D. 14 novembre 1901, n. 466), controfirmato dal Ministro dell’interno e registrato alla Corte dei conti. Dal momento della comunicazione della nomina da parte del Presidente del Senato, ai sensi dell’art. 1, comma 1, del Regolamento, i Senatori a vita acquistano le prerogative della carica e tutti i diritti inerenti alle loro funzioni. Con la conseguenza che, secondo la dottrina (Vittorio Di Ciolo, cit. 1196), una volta immessi nell’esercizio delle loro funzioni, sono equiparati ai senatori elettivi sia sul piano formale che sostanziale, “per cui nessun obbligo, nemmeno di correttezza, incombe quindi sui senatori a vita di astenersi dal voto, anche quando quest’ultimo si riveli decisivo ai fini dell’adozione o reiezione di un provvedimento all’ordine del giorno”. Dissento da questa interpretazione, convinto che le ragioni per le quali i senatori del Regno non davano la fiducia al Governo siano valide anche nell’ordinamento repubblicano in conseguenza della mancanza di una legittimazione popolare che sola può giustificare l’espressione di un consenso ad una “questione di fiducia” posta dal Governo. Ritengo che, pur In assenza di un impedimento formale, personalità che hanno illustrato la Patria per “altissimi meriti” dovrebbero sentire il dovere di non partecipare alle votazioni che hanno ad oggetto la fiducia al governo. Dovrebbe, infatti, essere nelle corde di un personaggio di tale levatura morale una sensibilità istituzionale per la quale è evidente la differenza fra chi è nominato e chi è eletto. Non è un fatto formale. È una delle regole fondamentali della democrazia rappresentativa, nella quale la sovranità appartiene al popolo “che la esercita nelle forme” della Costituzione (art. 1), cioè con il voto.

 

Grave affermazione di Letizia Moratti sulla distribuzione dei vaccini che discrimina i cittadini delle regioni meno ricche

Gravissima iniziativa del neo assessore alla sanità della Lombardia, Letizia Moratti, secondo la quale, nella distribuzione delle dosi di vaccino, il Commissario Arcuri dovrebbe tener conto non solo di fattori demografici e sanitari, ma anche economici, come l’apporto al Prodotto interno lordo (PIL) delle singole regioni.

L’Unione Monarchica Italiana (U.M.I.) ritiene la proposta assolutamente inaccettabile, gravemente discriminatoria nei confronti delle regioni meno ricche e lesiva dei diritti delle persone più deboli, in aperto contrasto con una fondamentale regola di civiltà giuridica che nell’ordinamento costituzionale della Monarchia parlamentare assicurava uguali diritti a tutti i cittadini.

Roma,19 gennaio 2021

Il Presidente Nazionale

Avv. Alessandro Sacchi

CRISI DI GOVERNO…O CRISI DI REGIME

di Giuseppe Borgioli

Allo stato dei fatti non è possibile dire cosa accadrà nelle prossime settimane, nei prossimi giorni, nelle prossime ore. La situazione politica si è talmente incancrenita che ogni tentativo di previsione suona azzardato. Ogni commento va al di là delle analisi che gli addetti ai lavori in buona o cattiva fede si accingono ad ammonirci.   Si invoca il ruolo del presidente della repubblica come un deus ex machina, una specie di arbitro supremo, una   controfigura del Re che non esiste più e che qualcuno ha contribuito a cancellare dal nostro ordinamento e di cui in momenti come questo sentiamo tutta la mancanza. A noi, ai nostri politici, ai nostri costituzionalisti, accade come a quel disgraziato cha tradotto in tribunale dopo aver ucciso il padre invocava le attenuanti perché rimasto orfano. Chi di noi pensava di fare a meno del Re si trova a fare i conti con il vuoto di questa repubblica. Matteo Renzi e Matteo Salvini hanno posto fine a due diverse maggioranze parlamentari in due circostanze diverse a poco più di un anno di distanza. I due Mattei   sono personaggi che hanno poco in comune e le vicende politiche che li hanno visti alla ribalta hanno caratteri diversi per non dire opposti. Ma Matteo Salvini e Matteo Renzi hanno in comune una storia., A parte la combattività e il rifiuto che è stato rilevato da altri, tutti r due non accetterà ruoli da gregari. Tutti e due hanno gettato la spugna perché – dicono - per non accettare la deriva immobilistica della situazione politica. La macchina istituzionale non funziona. Non è questione di pilota, di chi si mette alla guida con le migliori intenzioni, la Ferrari non funziona, il motore non ingrana. La crisi Italiana nasce da questa semplice constatazione. Chi si ostina a pensarla diversamente, a ritenere che il problema sia aritmetico parlamentare va a sbattere prima o poi contro la realtà. Ci sono sempre delle ottime circostanze per rinviare le decisioni. Nella storia tormentata della repubblica non sono mancati i volenterosi che si sono messi alla guida della macchina tentando di far funzionare il motore. Abbiamo assistito ai governi balneari. ai pontieri, ai responsabili che davano vita a gruppi parlamentari inesistenti per mettere insieme maggioranze parlamentari raccogliticci e con i risultati che sono sotto gli occhi di lutti. Quelle che sembravano scorciatoie si sono rivelate delle perdite di tempo che hanno nociuto alla economia e alla Nazione. I veri costruttori sono quelli che non si nascondono i, problemi, che vi dicono la verità. Il cammino sarà lungo e difficile ma non bisogna fidarsi di chi indica la strada breve. Forse la pandemia ci ha ammaestrati a chiamare le cose con il proprio nome, a non illudersi su un vaccino miracolistico. Il presidente Sergio Mattarella è alla vigilia del semestre Bianco, dopo di che per la saggezza delle norme e della prassi costituzionali non potrà fare più niente. Affronti la crisi del regime come forse aveva in animo il suo predecessore Francesco Cossiga. La crisi del regime è troppo avanzata, bisogna dar mano al motore per il bene della nostra reale martoriata Patria.

di Salvatore Sfrecola

( tratto da: www.unsognoitaliano.eu)

È crisi di governo perché Matteo Renzi si è sfilato dalla maggioranza. Ma, in realtà, a ben vedere, è crisi di sistema, del sistema parlamentare in ragione del prevalere degli interessi politici dell’attuale maggioranza in vista dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. E così dal 4 marzo 2018, quando i partiti dissero subito che le Camere uscite dalla consultazione elettorale avrebbero scelto il successore di Sergio Mattarella eletto il 31 gennaio 2015. Questo riferimento temporale ovvio è diventato un dato politico che condiziona da allora le decisioni dei partiti e la stessa vita delle istituzioni repubblicane da oltre tre anni. Tanto da determinare quello che può essere definito lo stallo della democrazia.

Accade, infatti, che i partiti i quali hanno dato vita al governo Conte 2, in particolare il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico, sono stati pesantemente ridimensionati dai risultati elettorali che, nelle regioni e in molti importanti comuni, hanno visto crescere Lega e Fratelli d’Italia. Mentre Italia Viva lo è solo per aver determinato la crisi del Governo Conte considerato che, nei sondaggi, raccoglie poco più del 2 per cento delle intenzioni di voto.

Il Centrodestra ha chiesto, dunque, al Capo dello Stato che ne prendesse atto e sciogliesse le Camere in ragione di questo mutato clima elettorale. È stato facile ribattere che le maggioranze governative si formano tra Camera e Senato e lì la maggioranza è ancora quella del 2018, nonostante taluni cambi di casacca. O, forse, “era”, come attesta la disperata ricerca del voto di transfughi da vari partiti, eufemisticamente definiti “costruttori”, nel tentativo estremo di raccattare, come si direbbe a Roma, i voti necessari per evitare lo scioglimento delle Camere. Considerato che il timore di elezioni anticipate è drammatico per i più, a causa del “combinato disposto” del calo dei consensi e della riduzione del numero di deputati e senatori.

È indubbiamente una situazione di grave disagio politico perché, in vista delle elezioni presidenziali del 2022, tutto è condizionato dalle maggioranze possibili intorno ad un nome, che potrebbe anche essere anche quello di Sergio Mattarella, anche se il Presidente, secondo una diffusa interpretazione del discorso di fine anno, avrebbe manifestato l’intento di non accettare la rielezione. Un desiderio, quello della rielezione, comunque comprensibile ed umano, anche se, alla data dello scrutinio, avrà superato gli 81 anni. Tutti i presidenti hanno sperato di essere rieletti, anche Luigi Einaudi, il primo, il più estraneo ai partiti, economista illustre, già Governatore della Banca d’Italia e Ministro del bilancio (il Ministero che fu creato apposta per lui). Anche Francesco Cossiga, il più giovane, sperava di essere confermato al Quirinale. Si dice che in ragione di questa aspettativa sia stato silenzioso per oltre tre anni per poi “esternare” a tutto tondo, picconando uomini e istituzioni quando si è reso conto che i partiti non lo avrebbero proposto per un nuovo settennato.

Giorgio Napolitano è stato l’unico presidente confermato, sia pure per un breve periodo, al solo scopo di rinviare la resa dei conti tra i partiti in difficoltà dopo la sonora bocciatura della riforma costituzionale proposta da Matteo Renzi. E fu Mattarella, una persona perbene, un giurista raffinato, attento esegeta della Costituzione e dei poteri che gli riconosce. Naturalmente non tutti concordano con lui, ad esempio quanto alla mancata presa d’atto che nel Paese è cambiato il consenso nei confronti dei partiti che sostengono il Governo Conte giallo-rosso, un Esecutivo che si regge soprattutto sul timore indotto dall’epidemia di Covid-19, per cui si sente ripetere da taluni con sdegno che in tempi di emergenza non si fanno crisi di governo. Il che, naturalmente, è una sciocchezza per chi ritiene che il governo si sia dimostrato inadeguato proprio nell’emergenza. Nella quale si intravedono luci ed ombre. Di queste ha timore soprattutto la maggioranza giallo-rossa che spera di recuperare consensi attraverso le promesse che ruotano intorno all’impiego delle ingenti risorse che verranno dall’Unione Europea, considerato che i bonus fin qui elargiti non hanno portato i consensi che i partiti di governo si attendevano. E, pertanto, hanno respinto le ipotesi di un governo di unità nazionale proposto da Salvini e Meloni che, in ogni caso, i “quirinalisti” dicono all’unanimità non essere negli scenari possibili di Mattarella. Che comunque naviga in acque difficili perché se le mosse dei partiti possono essere condizionate dalle possibili maggioranze per le elezioni del Capo dello Stato è evidente che anche le iniziative del Presidente rischiano di essere lette come finalizzate a consolidare il ruolo dei partiti che lo portarono al Quirinale nel 2015. Per lui stesso e, comunque, per la sua “parte politica”. E qui c’è chi ci zuppa il pane, come si dice, o meglio i “savoiardi”, a sentire i monarchici che, per bocca del loro Presidente nazionale, l’Avv. Alessandro Sacchi, ricordano che il ricorso alle urne, “che in ogni democrazia parlamentare consegue all’accertata mancanza di una maggioranza di governo omogenea, è impedita in Italia dall’imminente scadenza del mandato del Presidente della Repubblica e quindi dal timore che possa cambiare, come prevedono i sondaggi, la maggioranza che ha eletto l’attuale Presidente e che vuole eleggere il suo successore. La nostra, osservano i monarchici, è, dunque, una democrazia bloccata che ancora una volta dimostra la superiorità democratica dell’istituzione monarchica che sottrae il Capo dello Stato al condizionamento dei partiti”.

Il “fattore Quirinale”, dunque, condiziona la vita politica e parlamentare. Ed è inevitabilmente un limite di questa Repubblica.

Crisi di Governo e crisi di sistema

La crisi del governo Conte 2, dopo la defezione di Italia Viva, presenta le caratteristiche evidenti di una gravissima crisi di sistema. Il Premier, infatti, è costretto alla disperata ricerca del voto di transfughi da vari partiti, eufemisticamente definiti “costruttori”, nel tentativo estremo di evitare lo scioglimento delle Camere. Il ricorso alle urne, ricorda l’Unione Monarchica Italiana, che in ogni democrazia parlamentare consegue all’accertata mancanza di una maggioranza di governo omogenea, è impedita in Italia dall’imminente scadenza del mandato del Presidente della Repubblica e quindi dal timore che possa cambiare, come prevedono i sondaggi, la maggioranza che ha eletto l’attuale Presidente e che vuole eleggere il suo successore. La nostra, osservano i monarchici, è, dunque, una democrazia bloccata che ancora una volta dimostra la superiorità democratica dell’istituzione monarchica che sottrae il Capo dello Stato al condizionamento dei partiti.

Roma.15.01.2021

Il Presidente Nazionale

Avv. Alessandro Sacchi