IL RIFIUTO DEL PADRE
di Giuseppe Borgioli
Non ho mai apprezzato l’appellativo che taluno attribuisce al Re come primo impiegato dello stato. Il Re, nella tradizione e nella modernità, è qualcosa di essenzialmente diverso. Il Re è una dinastia. Non una semplice genealogia è una dinastia che si è incarnata nella storia di una Nazione. È difficile far capire ai repubblicani, che talvolta accampano ragioni storiche anche nobili, che non sono in discussione i poteri costituzionali del Re o le sue prerogative. È in discussione la stessa giustificazione di chi rappresenta nel bene e nel male la continuità della Patria. Renzo De Felice riprendendo una celebre locuzione di Benedetto Croce in relazione alla data dell’8 settembre 1943 parlava di morte o agonia della Patria. Per paradosso il i punto più critico della vicenda della Monarchia post unitaria coincide con il punto più alto della vitalità dello stato e della sua dignità. Il Re non è il dittatore. Semmai il dittatore è una controfigura, talvolta generosa tal altra volta con meschina. Il dittatore parla alla storia che passa, il Re dialoga can la dinastia. Questo è il suo tribunale. Da Altacomba ad Altacomba. Si. Il Re è come un padre, il Padre della Patria. Questa definizione mi piace di più di “primo impiegato dello stato”. Il padre è amato, contestato, rifiutato e ritrovato. Ha spazio nei Vangeli la parabola del figiol prodigo. Manca la parabola del ritrovamento del padre. Un amico che era stato chiamato al Circolo Rex a parlare della figura del Re, attaccò parlando del padre. Le età della vita designano modalità e affetti diversi nel rapportarsi al padre. Il bambino guarda al padre come a un Dio in terra. Il suo pensiero si abbevera di quello che dice il padre. Non c’è autorità al di sopra di lui. Persino il maestro o la maestra vengono messi in secondo piano. Mio padre non mi può ingannare o mentire. Poi, con l’adolescenza, arrivano i primi dubbi, sino al rifiuto. Quello che dice mio padre per il solo fatto che è lui a dirmelo è sbagliato e va sottoposto a una crudele verifica. È la vita, è cosi per tutti o quasi. Jung sosteneva, anche questo è un paradosso, che Dio creando l’uomo non ha usato poca fantasia. Oggi a ma succede di riconoscermi sempre di più nei lineamenti del volto di mio padre riflessi nello specchio. Anche se non mi riconosco nelle sue idee credo di aver capito perché lui agiva cosi. Ah, se ci fosse ancora mio padre quante cose avrei da dirgli. Tante che non troverei le parole.
di Salvatore Sfrecola
( tratto da. www.unsognoitaliano.eu)
Ho difficoltà a scrivere della vicenda che in questi giorni tiene banco su alcuni giornali, relativamente ad una polemica che ha seguito la definizione di una terna di candidati a Presidente della Corte dei conti, presentata al Governo, che l’aveva richiesta, da parte del Consiglio di Presidenza della Corte dei conti, organo di autogoverno della magistratura contabile. Ho difficoltà per vari motivi, perché, innanzitutto, tutti coloro che in qualche modo sono coinvolti o esclusi nella scelta del vertice della Corte dei conti, dopo l’elezione di Angelo Buscema a giudice costituzionale, sono da me conosciuti da molti anni, con tutti ho un buon rapporto, con alcuni ottimo, con molti una vera e autentica amicizia. In ogni caso quello che mi lascia in forte imbarazzo è constatare che qualcuno, mi auguro esterno all’Istituto, è ricorso ad un opera di dossieraggio, come si dice, nei confronti di uno dei candidati inserito nel terna, il Presidente della Sezione giurisdizionale del Lazio, Tommaso Miele, in ragione del fatto che nel suo profilo Twitter sono stati rinvenuti alcuni post ingiuriosi nei confronti dell’on. Matteo Renzi. Il tempo, quello dell’infuocata battaglia referendaria del 2016. Sono vecchi di quattro anni e questo ne sottolinea il rinvenimento strumentale. Miele sostiene che non sono suoi, che quelle parole non corrispondono al suo linguaggio, che da magistrato si è sempre tenuto fuori dalla politica. E Miele è uomo d’onore. Ed ha chiesto scusa a Renzi. Ma il danno è fatto. Gli credano o no ne esce compromessa la sua immagine e quella della Corte. È stato colpito perché, in quanto primo della terna, ritenuto probabile destinatario della nomina. Non è così, ovviamente. Tutti, infatti, ricorderanno che, in occasione della nomina del Presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno, quando per la prima volta dalla Presidenza del Consiglio giunse a Palazzo Spada la richiesta di una rosa di candidati (in precedenza si chiedeva semplicemente un nome), lo stesso era in quinta posizione e fu lui il nominato.Ho imbarazzo perché, da un lato, credo si debba difendere il ruolo del Consiglio di presidenza anche quando ci pare sbagli. Sicché, come avviene per il Consiglio Superiore della Magistratura, chi ritiene di vantare un interesse o un diritto trascurato o violato si deve rivolgere al Giudice amministrativo. Perché se ritenessimo normale che il Consiglio di Presidenza possa essere contestato a suon di articoli di giornale, spontaneamente formulati da chi osserva dal di fuori le vicende della Corte, o indotti da qualcuno che avrebbe la possibilità di ricorrere nelle forme di legge, noi faremmo un torto alla nostra intelligenza e un danno gravissimo alla Corte dei conti, la quale non può comparire sui giornali come terreno di guerre intestine a base di fascicoli e veline. Ci incammineremo in un percorso pericolosissimo. Infatti, ci sarà sempre qualcuno che dirà che qualche altro, il suo antagonista, avrà ritenuto conforme a legge un atto amministrativo che a lui, invece, sembra viziato sotto vari aspetti, o che qualcun altro abbia assolto chi meritava, a suo giudizio, di essere condannato, o che qualcuno ha archiviato un procedimento che avrebbe dovuto chiudersi con un atto di citazione in giudizio con richiesta di risarcimento dei danni. Io amo profondamente questa Istituzione della quale ho voluto far parte, impegnandomi nello studio delle materie richieste dal difficile concorso in un tempo nel quale, da funzionario amministrativo, ero inserito in una realtà lavorativa particolarmente onerosa a Palazzo Chigi, in diretta collaborazione con vari Presidenti del Consiglio, un impegno che mi ha costretto a studiare spesso con grande difficoltà in orari che altri riservano al sonno ed in giornate che altri dedicano al riposo ed allo svago. Ed ho sempre ritenuto che l’immagine di un magistrato della Corte dei conti sia, in realtà, l’immagine stessa dell’Istituto, e che ognuno che ha rivestito quella toga, debba aver sentito, nel corso del suo impegno professionale, che quando metteva la penna sulla carta per firmare un atto del controllo o della giurisdizione agli occhi dei cittadini lui era la Corte dei conti. Perché sono convinto, anche per l’attività pubblicistica che ho sempre svolto, che oggi l’Istituto, come tutte le istituzioni, è costantemente sotto gli occhi dell’opinione pubblica, e quindi anche della politica, e sarebbe assurdo ritenere che un invito a dedurre, un atto di citazione o una sentenza rimangano nell’ambito del destinatario, del magistrato inquirente o del relatore. Quegli atti, sappiamo, viaggiano tra le riviste giuridiche e le redazioni dei giornali e sono la prova di quello che noi facciamo e di come lo facciamo. L’ho detto più volte da Presidente dell’Associazione Magistrati e lo ripeto: noi facciamo tante cose ogni giorno e se, di cento, novantanove sono buone nessuno ci dice grazie, perché abbiamo fatto il nostro dovere, ma se una, una sola, è sbagliata, ciò che è sempre possibile perché siamo uomini e donne fallibili, e se l’errore è grave allora non è l’immagine del magistrato che ne risente ma della Corte. Un giorno, in una discussione vivace con un mio amico, professore di economia internazionale, dopo una mia perorazione in favore dell’Istituto e del suo ruolo istituzionale con qualche riferimento storico, l’ho visto sorridermi: “tu sei veramente un uomo del Risorgimento”. Sulle prime sono rimasto perplesso perché ho avuto il dubbio che volesse bollarmi come un uomo del passato. No, quel mio amico riconosceva in me chi agisce nel rispetto dei valori della libertà e dell’indipendenza della magistratura definiti nel corso dell’800, dei processi che si tengono a porte aperte, come si legge nello Statuto Albertino, perché la Giustizia appare realmente “uguale per tutti” solo se qualunque cittadino può entrare nell’aula delle udienze di un tribunale o di una Corte ed osservare come pubblici ministeri ed avvocati sostengono le loro ragioni e come i giudici gestiscono il dibattimento, come acquisiscono gli elementi necessari per decidere, consentendo il più ampio confronto delle idee, perché la Giustizia non tollera di essere contingentata, perché l’udienza non deve necessariamente terminare prima dell’ora di pranzo o dell’orario del treno di chi deve rientrare nella città di residenza. E da Presidente della Sezione giurisdizionale del Piemonte, confortato da Colleghi di grande professionalità e alto senso dello Stato, ho più volte chiesto al P.M. e alla difesa di fornire ulteriori chiarimenti “perché il Collegio ne ha esigenza per decidere”. Questo uomo del Risorgimento è orgoglioso di esserlo. Si sente un modestissimo erede di Camillo Benso di Cavour che in una mirabile relazione al Parlamento subalpino nel 1852 aveva detto “è assoluta necessità di concentrare il controllo preventivo e consuntivo in un magistrato inamovibile”, come si legge sulla base della statua che orna il cortile della Corte in via Baiamonti. E torna spesso alle parole di Quintino Sella, pronunciate nel discorso di insediamento della Corte, il 1° ottobre 1862, con riguardo al “delicatissimo ed arduo incarico” attribuito alla Corte mentre sollecitava i suoi magistrati a “vegliare a che il Potere esecutivo non mai violi la legge” con obbligo, in caso di accertamento di atto “ad essa contrario”, di “darne contezza al Parlamento”. Immaginate oggi un ministro dell’Economia o un Presidente del Consiglio che viene in Corte e, rivolgendosi ai suoi magistrati, li invita alla massima attenzione nel controllo. Magari qualcuno lo pensa pure, ma certamente non lo dice.E allora, tornando al motivo che mi hai indotto in un giorno di domenica, appena rientrato dalle ferie, a prendere carta e penna e scrivere di questa brutta vicenda che leggo sui giornali, io dico che se in una magistratura i contrasti tra chi mira ad un posto di funzione e chi l’ottiene o potrebbe ottenerlo si trasformano in una lotta senza quartiere, in un killeraggio fatto di dossier e veline, siamo alla fine. E soprattutto vuol dire che qualcuno ha sbagliato mestiere, che non avrebbe dovuto indossare quella toga che io ritengo sacra perché quell’abito identifica l’esercizio di una funzione fondamentale dello stato che, non a caso, all’origine degli ordinamenti generali, era riservata ai sacerdoti, una funzione che garantisce libertà e diritti, nel caso della Corte dei conti al buon uso delle somme che le private economie mettono a disposizione del potere pubblico. Ricordo a tutti che quella famosa frase che spesso ripetiamo “ci sarà pure un giudice a Berlino” non è una di quelle che si ripete perché suona bene. È la verità. Se noi riteniamo che fare il magistrato sia una attività che assicura un buono stipendio e non una professione che impone dei sacrifici di tempo, perché non si possono fare atti quando ci pare o depositare sentenze dopo mesi, se noi riteniamo che sia un sacrificio e non un dovere frequentare solo persone di specchiata onestà che possono essere a noi abbinate senza dover arrossire, allora possiamo fare altri lavori e ce ne sono tanti che consentono ad un brillante laureato in giurisprudenza lauti guadagni. Ricordo, quando ero Procuratore regionale a Perugia e frequentavo Presidente e Procuratore generale della Corte d’appello ci dicevamo spesso, perché invitati a partecipare a cerimonie o ad incontri vari, se fosse opportuno essere presenti perché ci saremmo potuti trovare dinanzi ad un indagato che ci avrebbe messo in imbarazzo. Abbiamo sempre adempiuto con equilibrio questi doveri di presenza, necessari in ragione del ruolo pubblico del Capo di un ufficio. Ricordo, ad esempio che, invitati a tenere conferenze e lezioni, mai abbiamo accettato remunerazioni. Ricordo, infine, che il Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, che conservava l’orgoglio di aver indossato la toga di giudice, in previsione di una visita in una città dell’Umbria fece chiedere dal Segretariato generale a me se vi erano fra le persone che lui avrebbe potuto incontrare soggetti indagati o condannati dalla Corte dei conti. Feci presente che alcuni amministratori pubblici erano stati citati in giudizio e li indicai. Seppi poi che il Presidente quelle persone non aveva voluto riceverle.
di Salvatore Sfrecola
( tratto da. www.unsognoitaliano.eu )
Leggo su qualche giornale, ma soprattutto su Facebook, quale argomento ricorrente di coloro i quali vorrebbero votare SI, che il numero dei nostri parlamentari sarebbe superiore a quello di altri paesi. È stato dimostrato che non è vero, ma comunque vorrei aggiungere qualche considerazione proprio su questo aspetto, convinto che la rappresentanza politica sia conseguenza della specifica realtà storica e territoriale che giustifica la composizione delle assemblee legislative. Ora non è dubbio che, a differenza, per esempio, della Francia, caratterizzata da una realtà territoriale nella quale i centri urbani sono concentrati in poche realtà per lo più vicine alle grandi città, Parigi, Tolone, Marsiglia, in Italia, non solo la configurazione orografica del territorio ma la sua stessa storia ne fanno un Paese con oltre ottomila comuni che non è stato mai possibile ridurre, perché ognuno vuole gli uffici municipali sotto casa, così come non è stato possibile ridurre più di tanto i tribunali, perché tutti desiderano che la giustizia sia amministrata a portata di mano e non a cento chilometri di distanza. Questo è un dato a tutti noto ed è conseguenza della storia di questo nostro Paese, che è costituita da vicende municipali straordinarie dal punto di vista politico culturale, artistico, economico. Il nostro Paese, dopo la caduta dell’Impero romano, si è articolato in una quantità, altrove inesistente, di centri urbani nei quali si è concentrato il potere politico e intorno ad esso la cultura, l’arte e l’economia di quelle comunità. L’Italia dei mille campanili ha conosciuto principati, comuni e città libere, contee e marchesati ed oggi è l’Italia degli ottomila comuni, con annessi uffici postali e Stazioni dell’Arma dei Carabinieri in un contesto orografico peculiare che nel corso dei secoli si è tentato di superare con migliaia di chilometri di strade statali e provinciali delle quali la maggior parte di noi non ha neppure contezza. Questa Italia è costituita da un tessuto cittadino che ritroviamo vivo e vitale nell’esperienza di alcune tradizionali manifestazioni culturali, dalla Quintana di Foligno a quella di Ascoli ai tanti eventi in costume che ricordano ed esaltano vicende e abitudini del Medioevo e del Rinascimento, nei secoli in cui si è formata la coscienza della differenza di quelle comunità rispetto a quelle vicine, anche se distanti solo pochi chilometri, ma divise da esperienze municipali significative. Basta pensare alla Toscana ed alle divisioni tra fiorentini, senesi e pisani. Esperienze storiche e realtà culturali, ravvisabili anche nel linguaggio, che io continuo a considerare essere la ricchezza di questo Paese, che i turisti dimostrano spesso di riconoscere più di noi quando vanno ricercando, tra mille, quel castello, quella pieve o quel palazzo ducale che conservano opere d’arte con le quali nei secoli i rispettivi proprietari volevano stupire le popolazioni ed i vicini, a dimostrazione di un potere politico fortemente gestito e conservato, che oggi appartiene al cuore della gente. Questa varietà di ricchezze che, insieme, fanno la ricchezza dell’Italia, come vado da sempre ripetendo agli improvvidi fautori del separatismo e del federalismo, non può non essere rappresentata In Parlamento, un luogo nel quale si decidono le sorti della intera comunità nazionale nella salvaguardia necessaria delle realtà territoriali dove minoranze culturali e linguistiche non possono essere trascurate. Questo non vuol dire che dobbiamo avere ottomila parlamentari, quanti e più sono i comuni del nostro Paese. Però significa che quando alcuni mettono a confronto i numeri delle assemblee legislative di paesi europei o di paesi al di là degli oceani commettono un grosso errore che se è di ingenuità e ancora ammissibile, se invece trascura la nostra realtà significa che non è apprezzata, che non è in nessun modo valutato un contesto che deve guidare le scelte del legislatore costituzionale. E questo a tacere del fatto che, ripeto ancora una volta, i promotori della riforma costituzionale sono coloro i quali credono non nella democrazia parlamentare ma nella democrazia diretta, che sappiamo non si è mai realizzata in nessuna parte del mondo neppure nell’antica Grecia che viene ricordata come espressione di questa forma di partecipazione del cittadino alla vita della Polis. Noi siamo i discendenti di Cavour, del liberalismo democratico e guardiamo con attenzione alla realtà di alcuni paesi come il Regno Unito che, non va dimenticato, è stato il laboratorio delle idee della democrazia liberale come si è andata configurando nel tempo fin da quando un nobile signore francese, Charles-Louis de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu, osservando come funzionava a Londra il sistema costituzionale nei rapporti fra il Sovrano, il Governo e il Parlamento ha definito la teoria della separazione dei poteri, che è posta a fondamento degli stati di diritto. E chi vorrebbe la democrazia diretta nella forma della piattaforma Rousseau altera il sistema delle libertà democratiche che ruotano intorno ad un Parlamento libero, effettivamente rappresentativo delle opinioni dei cittadini, ciò che si ottiene attraverso una legge elettorale che faccia delle Camere assemblee di uomini liberi, radicati nel territorio, scelti dalle comunità locali che ne conoscono le idee e sono in condizioni di valutare, di legislatura in legislatura, la loro capacità di realizzarle. Quindi, prima di toccare il numero dei parlamentari è bene riformare le regole della politica, attraverso una responsabilizzazione dei partiti che, pur essendo associazioni non riconosciute, decidono della nostra sorte, e una legge elettorale che realizzi una regola fondamentale della democrazia, quella che il rappresentante deve essere conosciuto e scelto dal rappresentato.
RITORNO A ITACA. di Giuseppe Borgioli
Il viaggio di Telemaco. il figlio di Ulisse e di Penelope, è qualcosa di un capitolo del poema epico di Ulisse. La reggia di Itaca privata della presenza del suo Re è in preda al disordine. I Proci che si contendono la mano di Penelope e la successione di Ulisse, gozzovigliano nel palazzo reale teatro dei loro soprusi Non c’è più legge che sia rispettata e il popolo è il primo a soffrire di questa condizione. I Proci arroganti continuano a ripetere che il Re, il valoroso Ulisse, è orai morto sotto le mura di Troia o nel viaggio periglioso del ritorno di cui nessuno ha notizia. Il Re è morto, che Penelope si decida a scegliere il suo sposo per dargli un successore. Telemaco è troppo giovane. A lui non resta che assistere con la sofferenza che si accresce di giorno allo sfacelo della sua patria.Quello che un tempo era un Regno ordinato ora è precipitato nel caos. Bisognerebbe che Ulisse come per magia tornasse al suo posto per punire i prepotenti che abusano della sua assenza. Qui si eleva in questo desolante panorama di degrado la figura di Telemaco che parte alla ricerca del Re. Di suo padre. In questa impresa il giovane Principe è armato solo del suo coraggio e del ricordo del padre che non è stato dimenticato a Itaca. Telemaco insegue le voci di chi ha conosciuto il Re e ne piange il valore in tempo di battaglia e in tempo di pace. Questo l’aiuta a ricomporre l’identità del padre e a riaffermare la sua. Non è più un quasi orfano. È un Principe. Figlio di Re. Sventurata quella terra che non può più avvalersi della saggezza di un Re, resta preda degli avventurieri di tutti i tipi. Itaca è una metafora che abbiamo sperimentato e rivissuto in altri tempi e altri luoghi.Si può rimanere a lungo privi del Re? La reggia può rimanere a lungo riserva di caccia dei Proci di turno? Si può accettare che l’arbitrio si assida sul trono della giustizia ? Telemaco parte come in un pellegrinaggio laico alla ricerca del Re- padre perche non può accettare di vivere in questa situazione di minorità. La vicenda di Telemaco riassume nella sua grandiosità anche le nostre peripezie civili.Siamo tutti alla ricerca, come dice una canzone in voga, di un centro di gravita permanente, di una bussola che in un cielo coperto da nubi ci aiuti a ritrovate l’orientamento. Molti di noi hanno assimilato la politica nel sangue. Ma la politica non è un fine, non è il fine ultimo . Ci sono i valori oltre la politica. Sotto elezioni si moltiplicano gli appelli. Si cercano o si contrattano i voti. Si promettono mare e monti.E’ la stagione dei Proci.. Itaca è ancora senza Re, è orfana.Sempre secondo la mitologia e la poesia di Omero è il cane Argo che riconosce il suo Re.Quando la scuola era la scuola siamo stati educati alla luce dei poemi omerici e qualche volta stupidamente ci siamo chiesti a che servono quelle pagine. A niente, risponderà qualcuno più aggiornato di noi.Goethe sosteneva che se il popolo italiano fosse cresciuto al culto dell’antichità e dei poemi omerici anche il nostro costume civile sarebbe cambiato.
L’Italia in pillole
di Giuseppe Borgioli
All’assemblea costituente e negli anni successivi quando la sinistra aveva la vittoria in tasca, Pietro Nenni, il leader del socialismo, e Palmiro Togliatti, il capo carismatico del PCI, erano critici sul regionalismo. Rimase famosa lo slogan di Nenni che paventava la riduzione dell’Italia in pillole. Un piccolo assaggio di questa profezia l’abbiano sperimentato nell’era del Covid-19 quando ciascuna regione ha messo in campo le sue ricette e le sue norme. Il governo avrebbe dovuto riservarsi la funzione di concertatore ma ben presto sono emersi numerosi i conflitti di competenza. Il federalismo a geometria variabile si è risolto in un livello discreto di confusione. Il ministro Boccia competente per i rapporti stato-regioni si è trovato nella necessità di faticose trattative che si sono concluse spesso con il compromesso. Non abbiamo mai creduto sulla alternativa o regionalismo radicale o centralismo burocratico. L’unità d’Italia ha dato i suoi frutti migliori quando ha saputo declinare la centralità delle funzioni politiche con la varietà delle tradizioni locali e regionali. Nella Monarchia questa duplicità è fonte di libertà e pluralità- Si pensi si nomi dei reggimenti che un tempo erano riferiti anche ai territori di reclutamento. La Monarchia ha sempre esaltato la diversità che non sia disgregazione. Semmai il centralismo e l’uniformità sono propri della visione giacobina e rivoluzionaria della società. Lo stesso richiamo di “cinque stelle” alla piattaforma Rousseau sottende a questa aspirazione alla democrazia diretta, all’ uniformità della rete, all’appiattimento della persona con il suo bagaglio di sentimenti e di emozioni. Le regioni nacquero principalmente come compartimenti statistici, in qualche caso riproducevano i confini dei gli stati preunitari. Il dato unificatore fu il Re. Che cosa sarebbe stata l’Italia senza Vittorio Emanuele II che giustamente appelliamo “Padre della Patria”? Che nessuno si scandalizzi se diciamo che senza la svolta unificatrice di Casa Savoia, le voci dei patrioti avrebbero dato vita a tante invocazioni d’Italia senza un quadro concreto di azione. Come vede il ministro Boccia, prima di lui c’è una storia viva. L’Italia non è nata ieri anche se qualcuno ha l’ardire di additare questa crisi come la più grave della storia nazionale, quasi fosse la prima. Mario Draghi il “super Mario” nel suo discorso al meeting di Comunione e Liberazione ha detto con l’autorevolezza che gli è congeniale che i giovani non possono essere considerati assistiti a vita. È vero, i giovani hanno tutto il diritto di essere presi sul serio. Hanno anche diritto a essere riconosciuti e trattati come figli adulti di una nazione che ha una storia alle spalle e non è un brefotrofio.
di Salvatore Sfrecola
(tratto da: www.unsognoitaliano.eu )
Il nuovo strumento europeo di sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione in un’emergenza (SURE), pensato per aiutare a proteggere i posti di lavoro e i lavoratori che risentono della pandemia di coronavirus, è dotato di 100 miliardi di euro in forma di prestiti, concessi agli Stati membri a condizioni favorevoli. Di questi 28 circa saranno destinati all’Italia e concorreranno a coprire i costi direttamente connessi all’istituzione o all’estensione di regimi nazionali di riduzione dell’orario lavorativo e di altre misure analoghe per i lavoratori autonomi introdotte in risposta all’attuale pandemia di coronavirus. Naturalmente l’Europa ci chiederà garanzie quanto alle procedure di erogazione ed ai controlli. In questo contesto, si è fatto notare ieri nella Conferenza stampa indetta dall’Associazione Magistrati della Corte dei conti, la limitazione della responsabilità per danno erariale alle sole ipotesi di dolo, tra l’altro nella configurazione penalistica, costituisce una garanzia insufficiente in caso di condotte gravemente colpose che, se il decreto legge semplificazioni sarà approvato com’è scritto, non saranno più perseguibili con possibilità di condannare il responsabile al risarcimento del danno. Ecco dunque che i magistrati contabili spiegano le ragioni della loro opposizione alla nuova norma che svuota completamente la responsabilità per danno erariale. Non è una rivendicazione corporativa, spiegano, ma un’azione a tutela del pubblico erario e nell’interesse dei cittadini che pagano imposte e tasse. E, appunto, anche della credibilità dell’Italia difronte all’Europa che metterà a disposizione ingenti risorse per la ripresa dell’economia. Ci tiene molto l’Associazione Magistrati della Corte dei conti a sottolinearlo in una conferenza stampa via teams, che manda in onda la protesta nei confronti del Governo che nel decreto-legge “semplificazioni” ha escluso che i pubblici amministratori e dipendenti siano chiamati a risarcire danni commessi con “colpa grave”. Si fa notare l’evidente contraddizione di un Governo che, mentre dice di voler semplificare le procedure amministrative e contabili, invece di mettere a disposizione dei suoi funzionari strumenti operativi più adeguati, attua un preventivo “colpo di spugna” in favore di disonesti e incapaci che abbiano causato danni all’erario con una condotta caratterizzata da gravissima negligenza e imperizia o trascuratezza delle regole. Insomma, non si aiutano i bravi, che sono senza dubbio la maggioranza, ma incapaci e disonesti. È una lesione grave dell’interesse pubblico alla corretta gestione della finanza e del patrimonio dello Stato e degli enti pubblici, ha sottolineato il Presidente dell’Associazione, Luigi Caso, che è anche l’interesse dei cittadini-contribuenti cioè di quanti, pagando imposte e tasse, assicurano ai bilanci pubblici le risorse necessarie per il raggiungimento degli obiettivi di politica economica. Oggetto specifico di queste critiche è l’art. 21 del DL semplificazione il quale, dopo aver integrato l’art. 1, comma 1, della legge 14 gennaio 1994, n. 20, secondo il quale la responsabilità per danno erariale può essere affermata solo in caso di dolo o colpa grave, specifica che “la prova del dolo richiede la dimostrazione della volontà dell’evento dannoso” Ma la lesione degli interessi pubblici lamentata dal magistrati della Corte dei conti sta al punto 2 dove si legge che “limitatamente ai fatti commessi dalla data di entrata in vigore del presente decreto e fino al 31 luglio 2021, la responsabilità dei soggetti sottoposti alla giurisdizione della Corte dei conti in materia di contabilità pubblica per l’azione di responsabilità di cui all’articolo 1 della legge 14 gennaio 1994, n. 20, è limitata ai casi in cui la produzione del danno conseguente alla condotta del soggetto agente è da lui dolosamente voluta. La limitazione di responsabilità prevista dal primo periodo non si applica per i danni cagionati da omissione o inerzia del soggetto agente”. La critica è scontata per chiunque abbia un minimo di conoscenza delle procedure amministrative. Dov’è la semplificazione? L’eventuale azione di responsabilità della Corte dei conti è sempre successiva alla realizzazione di un’opera pubblica o all’emanazione dell’atto. “Pertanto – sottolinea l’Associazione Magistrati –, eliminando la colpa grave non si accelera nulla e, quindi, è più corretto parlare di norma di deresponsabilizzazione. Non è neanche corretto dire che la norma serve a superare la c.d. “paura della firma”, che andrebbe combattuta rendendo più chiare le leggi. Invece, si preferisce lasciare in piedi una legislazione oscura e contraddittoria ma si assicura la totale irresponsabilità di chi deve attuarla (non si cura la febbre ma si rompe il termometro)”. E ricorda che nel 2019, a fronte di 28.722 denunce di danno, vi sono state 23.939 archiviazioni e 1.162 citazioni, cui hanno fatto seguito 934 condanne in primo grado. Nel corso dell’anno è stata recuperata all’erario la somma di euro 299.061.268, per lo più riferita a sentenze pronunciate negli anni precedenti. In parte somme dovute a sprechi di somme messe a disposizione dell’Unione Europea. Una norma assurda, dunque, che deresponsabilizza i pubblici amministratori e funzionari escludendo la “colpa grave”, quella “intensa negligenza, sprezzante trascuratezza dei propri doveri, grave disinteresse nell’espletamento delle proprie funzioni, macroscopica violazione delle norme, un comportamento che denoti dispregio delle comuni regole di prudenza”. Un esempio che fa capire: chi ha sbagliato nella manutenzione del Ponte Morandi non lo ha fatto con dolo ma con colpa grave. Che senso ha una riforma che esclude queste responsabilità, tra l’altro a tempo, con effetti perversi su procedure che durano anni? Chi l’ha scritta evidentemente non conosce le regole. Considerazioni per il Governo ma anche per il Parlamento in sede di conversione del decreto-legge appena all’inizio.