di Salvatore Sfrecola

(tratto da: https://www.unsognoitaliano.eu/2020/10/11/magistratura-per-risalire-la-china/)

 

Nessuno s’illuda che la radiazione di Luca Palamara dal ruolo della magistratura ordinaria chiuda la “questione Giustizia” e restituisca contemporaneamente prestigio alle nostre toghe. Infatti, se la rilevazione 2020 di Eurispes sulla fiducia degli italiani nelle istituzioni colloca la magistratura poco più su della metà (49,3%) della fiducia che gli stessi cittadini riservano alle Forze dell’Ordine mediamente intorno al 70%, cioè al comparto che evoca legalità e sicurezza, è evidente che i problemi sono più profondi e il comportamento censurato a Palamara, di intelligenza con il mondo politico per assegnare magistrati “graditi” a capo di importanti uffici giudiziari, non è stato esclusivamente dell’ex Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), né solo di questi ultimi anni. Sarebbe, dunque, un errore se si ritenesse chiuso “il caso” e definitivamente archiviata quella brutta pagina della gestione delle nomine tra Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), ANM e partiti politici.

Per risalire la china, occorre una profonda revisione dei comportamenti che realizzi, in primo luogo, una giustizia in tempi adeguati alle esigenze, perché una sentenza che giunge dopo mesi se non dopo anni spesso è inutile o realizza solo in parte le aspettative di chi ha chiesto al giudice il riconoscimento di un proprio diritto. Ugualmente nel penale i tempi lunghi dei processi non soddisfano le esigenze punitive dello Stato rispetto all’allarme sociale che i cittadini riconoscono in alcuni reati né danno giustizia alle parti offese. Occorrono, dunque, tempi certi e brevi nelle decisioni che, tuttavia, non è solo compito dei magistrati assicurare perché i processi seguono le regole dei codici di procedura ai quali sovente va addebitata la lentezza dei procedimenti. Ma è certo che nei ritardi ci mettono del loro anche i giudici che depositano sentenze dopo mesi dall’udienza che ha definito il processo. Sentenze, inoltre, spesso lunghe oltre ogni esigenza di ricostruire il fatto e di definire il diritto, quasi fossero pezzi di un saggio da rivista giuridica. Il più delle volte basterebbero poche pagine per soddisfare l’esigenza fondamentale della motivazione.

Per risalire la china, tutto questo è importante ma non basta. I giudici che la Costituzione vuole “soggetti soltanto alla legge” (art. 101), ciò che sottolinea l’esigenza che siano indipendenti non devono essere tali nel loro intimo, nella decisione che assumono. Devono esserlo anche agli occhi del cittadino, quello evocato dall’ espressione “la giustizia è uguale per tutti”. Per apparire indipendenti i giudici devono anche avere una immagine di assoluta estraneità rispetto alla politica e alle loro impostazioni ideologiche dei partiti, per cui partecipare ad iniziative promosse da istituzioni politiche è assolutamente inopportuno, anche se si si è presenti solo per ascoltare. Né, ovviamente, è consentito intervenire sulla stampa di opinione per sostenere questa o quella espressione politica, quanto alla legislazione e alla sua interpretazione. Sarebbe stato il ruolo dei gruppi associati dell’ANM se alcuni non si fossero trasformati in appendici di partiti.

La gente non ha mai gradito il passaggio dalla toga al laticlavio parlamentare. Il sospetto è che abbia interessato il partito con le sue decisioni di giudice o di pubblico ministero. E non ritiene “normale” che un ex parlamentare torni ad indossare la toga, magari inquisendo politici di un partito avverso.

Ugualmente il magistrato deve apparire, oltre che essere, di specchiata moralità privata, nel senso che è da evitare la sua presenza in case da gioco, dove scommette, vince o perde somme di denaro che possono  condizionarlo negativamente. Un giocatore, infatti, può essere ricattato e indotto a venir meno ai suoi doveri istituzionali. Anche attività speculative possono mettere in difficoltà il magistrato dal punto di vista economico o collegarlo a persone di dubbia moralità.

Il magistrato è, dunque, un cittadino meno libero di tutti gli altri? Certamente sì, sa o dovrebbe sapere che a lui si chiedono dei sacrifici personali che se a taluno possono sembrare inaccettabili vuol dire che ha sbagliato professione.

Per risalire la china, i magistrati italiani devono dimostrare agli occhi dei cittadini di essere persone di elevata professionalità e di specchiata onestà in modo che quanti si rivolgono giustizia per vedere riconosciuto un loro diritto o tutelato un loro interesse devono poterlo fare con serena fiducia senza preoccuparsi delle idee politiche del proprio giudice, se di destra o di sinistra.

E ancora non basta.

Per risalire la china, tra le cose da ripensare va considerata la necessità di intervenire sulla progressione “di carriera”, nel passaggio a funzioni superiori. Infatti, se non può essere ignorata l’anzianità di servizio vanno certamente valorizzate l’esperienza ed il livello della professionalità, da valutare anche sulla base delle sentenze stilate e del loro esito nel processo (nel senso che deve far riflettere un giudice le cui sentenze fossero sistematicamente annullate), sempre tenendo conto della circostanza che nel ruolo di anzianità il primo di un concorso viene sempre dopo l’ultimo del concorso precedente. Cioè, quello che si deve ritenere il migliore di una selezione viene dopo il più modesto dei colleghi che lo precedono, magari con uno o due anni di maggiore anzianità.

Da ultimo, in sede di attribuzione di un ufficio direttivo, il magistrato va valutato in relazione alle specifiche capacità dimostrate, nel senso che uno studioso autore di saggi, libri e di sentenze pregevoli può non avere quella capacità di direzione che si richiede al capo di un ufficio, sia esso presidente di un organo collegiale o responsabile di una procura. Tutto questo, ovviamente, da accertare e valutare con le cautele del caso, perché non si presti ad abusi.

Per risalire la china.

IL FUTURO DELLE DINASTIE
di Giuseppe Borgioli
 
Che cos’è una dinastia? Il nostro mondo è affollato di dinastie o di famiglie che si fanno passare per tali. Ci sono dinastie nella economia e nella finanza. Ci sono dinastie  nello spettacolo. Ci sono dinastie nella politica,  anche oltreoceano: i Clinton, i Bush, i Cuomo. Ovviamente anche l’Italia  ha le sue dinastie, celebrate nel tempo. Con l’avvento della repubblica  c’è stato il tentativo di colmare il vuoto della Dinastia, quella vera . Sono spuntati i vari personaggi  incoronati  dalla stampa e dalla televisioni, da quello che chiamiamo il mondo dei media. Si direbbe che i popoli non possono stare senza Re. Qualche volta sono degli idoli fabbricati ad ho, qualche altra volta a appartengono a dinastie temprate dalla storia.
Come nasce una dinastia  è una domanda  ancora aperta e  lasciata  alla sensibilità di ognuno. Sicuramente è nel corso degli eventi la Dinastia prende coscienza di sé  e diventa motore della storia.
La dinastia non è la semplice successione dei nomi e delle date. E’ qualcosa di più e di diverso di una genealogia. 
In un mondo appiattito come quello minacciato  dall’uso  democratico dei social media  scompare ogni riferimento alla verticalità dei valori. La competizione è fra il numero di followers  (seguaci) che ciascuno riesce  a raccogliere (non a fidelizzare) solo per esibire un indice di popolarità. O una sfera di influenza I mezzi sono tutti ammessi  nel grande mercato della telematica. Come gli scopi. Non esclusi quelli economici e commerciali.
Non si tratta solo della fiera della vanità che accompagnava la noia della società di massa.  Tutti hanno diritto al successo. Il principio democratico  si invera, in mancanza di meglio,  nella pratica dei social media  che è alla portata di tutti- Perché non dovrebbe essere così? Quali regole dovrebbero impedirlo o limitarlo?  Quella che sembrava  una spinta ad allargare i confina della comunità di amici  si rivela  una apertura di orizzonti difficilmente prevedibili, soprattutto nel campo politico e commerciale. D’altra parte la rivoluzione ( a noi  questa parola non suona bene) è destinata a infrangere anche le barriere della comunicazione. Non si può tornare indietro. E forse non è nemmeno  desiderabile.  E’ la tanta osannata  democrazia applicata  in versione estrema al comportamento umano. So bene che cisono sistemi totalitari  che possono essere  messi in discussione sola dalla rete spontanea  dei social media e dalle loro applicazioni. Mi preoccupa il futuro  delle società tradizionali e da come cambieranno i loro capisaldi  di vita.
Mi preoccupa l’autenticità di un messaggio come il nostro che attinge ai valori   fondanti della società.
La politica non è solo  competizione per il potere, per determinare  chi comanda  e chi obbedisce.
Senza valori le istituzioni restano scheletri senza vita.
E’ probabile che  siamo a una svolta di questo tipo e che il compito dei monarchici vada ben al di là di una restaurazione di una Dinastia.  Ci attende il compito  superiore alla nostre forze (missione impossibile) di restaurare un ordine  di valori condiviso dall’umanità di oggi e di domani.

di Salvatore Sfrecola

(tratto da: www.unosognoitaliano.eu )

Lepanto evoca una grande battaglia navale, la risposta dell’Occidente cristiano all’espansionismo islamico, aggressivo e violento, come ancora l’Europa conoscerà un secolo dopo, quando le armate ottomane saranno sconfitte sotto le mura di Vienna, e che oggi costituisce un pericolo alimentato dai grandi fenomeni migratori che si affacciano sul bacino del Mediterraneo. Lepanto fu il luogo di un grande scontro avvenuto il 7 ottobre 1571, nel corso della guerra di Cipro, tra la flotta dell’Impero Ottomano e quella degli stati cristiani federati che misero in campo ingenti forze navali, la metà delle quali della Repubblica di Venezia, insieme ad altre provenienti dall’Impero spagnolo (con il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia) dallo Stato della Chiesa, dalle Repubbliche di Genova e di Lucca, dai Cavalieri DI Malta, dai Ducati di Savoia, di Urbino, di Ferrara e di Mantova e dal Granducato di Toscana. La coalizione cristiana era stata promossa da Papa Pio V per soccorrere la veneziana città di Famagosta, sull’isola di Cipro, assediata dai turchi, strenuamente difesa dalla guarnigione locale comandata da Marcantonio Bragadin e Astorre II Baglioni. Il contesto è quello del crescente espansionismo ottomano diretto al controllo del Mediterraneo che minacciava non solo i possedimenti veneziani ma anche gli interessi spagnoli e degli altri stati rivieraschi italiani a causa delle scorrerie dei pirati che rendevano insicuri i commerci. In questo ambito Pio V ritenne fosse il momento di coalizzare gli stati cristiani contro l’impero ottomano. E così, l’armata, issato lo stendardo, un drappo di damasco rosso su cui era dipinto il Crocifisso tra gli apostoli Pietro e Paolo, benedetto dal Papa, consegnato a Marcantonio Colonna in San Pietro l’11 giugno 1570, appianati i dissidi tra i vari sovrani, fu affidata al comando di Don Giovanni d’Austria. La flotta della Lega (209 galere e 6 galeazze veneziane, oltre ai trasporti e al naviglio minore), salpata da Messina il 16 settembre, riunita il 4 ottobre nel porto di Cefalonia, avuta notizia della caduta di Famagosta e dell’orribile fine inflitta dai musulmani a Marcantonio Bragadin, l’eroico difensore della città, torturato a morte fino ad essere scuoiato vivo avendo rifiutato di convertirsi all’Islam, mosse il 6 ottobre verso il golfo di Patrasso, per cercare di intercettare la flotta ottomana. Il 7 ottobre 1571, domenica, Don Giovanni d’Austria fece schierare le proprie navi in formazione serrata, pronto alla battaglia. Che fu uno straordinario confronto nel quale prevalse la potenza di fuoco della flotta cristiana, superiore grazie all’artiglieria veneziana. La potenza di fuoco delle galeazze si dimostrò devastante, con l’affondamento/danneggiamento di circa 70 navi e la distruzione dello schieramento iniziale della flotta ottomana Nello scontro morì il comandante ottomano, Müezzinzade Alì Pascià. Cosa resta di Lepanto, al di là della battaglia descritta in modo puntuale dalle cronache e dai volumi che vi sono stati dedicati, da ultimo quello di Alessandro Barbero, che ha analizzato partitamente anche la posizione dei singoli comandanti e dei rispettivi sovrani? Resta l’immagine plastica dell’aggressività musulmana che non si è esaurita dopo la sconfitta, ma ha caratterizzato ancora i secoli successivi con l’occupazione di parti significative dell’Europa danubiana fino all’esaurimento dell’impero ottomano dopo la prima guerra mondiale. Ma non è finita. Ed ancora oggi l’Islam si affaccia minaccioso verso l’Occidente, come dimostrano le iniziative del dittatore turco Erdogan in medio oriente e nel bacino del Mediterraneo, fino ad intervenire in Libia, area strategica per l’Europa ed in particolare per l’Italia. La pressione dell’immigrazione economica, infine, consente al turco di contrattare con l’Unione europea aiuti in cambio del contenimento dei flussi migratori di coloro che provengono ad esempio dalla Siria verso la Grecia alla quale contesta aree marine di sfruttamento di giacimenti di idrocarburi. Soffiano venti di guerra. Che non ci sarà, ma forse l’Occidente non riuscirà ad essere unito e determinato come in quegli anni lontani.

di Salvatore Sfrecola

( tratto da: www.unsognoitaliano.eu)

 

Ricordo di Anita Garibaldi, all’indomani della morte, il suo sguardo, gli occhi vivaci, espressione di una volontà indomita, di una grande passione civile. Immagino che così fosse lo sguardo del suo grande Avo. Determinata ma sempre con un sorriso garbato, sapeva coinvolgere chiunque incontrasse per farne un convinto fautore della Fondazione Giuseppe Garibaldi, che presiedeva nel ricordo del Generale, dell’Eroe, del politico. Un pezzo della nostra storia nazionale perché del “Miracolo del Risorgimento”, come Domenico Fisichella ha definito quello straordinario periodo storico nel quale si è fatta l’unità con il concorso di uomini provenienti da ogni parte d’Italia e di ogni orientamento culturale e politico, Giuseppe Garibaldi è stato certamente determinante, esempio non comune di cosa vuol dire amare la Patria.Ce ne vorrebbero oggi uomini pronti a sacrificare il proprio particulare per l’interesse nazionale, come Lui che, repubblicano, non esita a schierarsi a fianco di Vittorio Emanuele II, Re di Sardegna, che ritiene, come la maggior parte dei politici e dei patrioti del tempo, l’unico capace di unificare l’Italia. E per questo entra, a tratti, in contrasto con Giuseppe Mazzini che, forse anche per l’esempio del nizzardo, si rivolge a Vittorio Emanuele, come aveva fatto al padre Carlo Alberto: “Io, repubblicano – scrive -, e presto a tornare a morire in esilio per serbare intatta fino al sepolcro la fede della mia giovinezza, sclamerò nondimeno coi miei fratelli di patria: preside o re, Dio benedica voi come alla nazione per la quale osaste e vinceste”. Figlia di Ezio Garibaldi, nipote di Ricciotti, Anita è stata “degna erede della sua bisnonna” della quale portava il nome, che ha difeso, accanto al marito, lo stesso ideale di giustizia sociale”. Avrebbe potuto rinunciare a tale impegnativa eredità, “ha preferito servire la memoria di chi era il difensore degli oppressi presiedendo la fondazione “Garibaldi” e riunendo garibaldiani provenienti da tutto il mondo”, ricorda Christian Estrosi, già Sindaco di Nizza. Ed a Nizza tornava spesso per preservare e perpetuare la memoria dei suoi gloriosi antenati le cui lotte per l’unità d’Italia sono ancora attuali oggi. Oltre alla Fondazione Giuseppe Garibaldi, con la quale teneva vivo il ricordo degli eventi salienti dell’epopea garibaldina, come nell’annuale incontro al Gianicolo, Anita Garibaldi aveva dato vita al movimento “Mille donne per l’italia” con l’ambizione di ampliare il numero delle donne impegnate in politica in una realtà, quella italiana, che riteneva ancora molto maschilista. Giulio De Renoche, esponente monarchico di primo piano, la ricorda a Fiume, presso la comunità italiana, per premiare i giovani delle scuole medie di Croazia e Slovenia che avevano concorso ad illustrare l’Eroe dei Due Mondi, e ricorda la collaborazione sempre mantenuta con i monarchici del veneto in convegni e congressi, per tenere alta la memoria del grande avo e della sua azione per costruire l’Italia “nello spirito di Teano”. Perché in quella località della Campania il Generale, che aveva riscattato l’Italia meridionale dal dispotico governo dei Borbone in nome del Re delle libertà, aveva consegnato al Sovrano sabaudo le terre liberate. Alcuni anni fa, mi ricordava poco fa l’Avvocato Alessandro Sacchi, Presidente dell’Unione Monarchica Italiana, in occasione della rievocazione dell’incontro di Teano Anita Garibaldi aveva incontrato il Principe Amedeo di Savoia Duca d’Aosta. Commossi, si ritrovarono nelle braccia l’una dell’altro.L’ultima volta che l’ho sentita, al telefono, Anita mi ricordava l’esigenza di tutelare la piana di Bezzecca da possibili intrusioni di chi voleva autorizzare un ricovero di pecore in quel campo nel quale rifulse l’eroismo dei garibaldini che nel 1866, nel corso della Terza Guerra d’Indipendenza, avevano invaso il Trentino forzando le difese austriache per aprirsi la strada verso Trento. Il Generale fu fermato dalla politica, da un’esigenza politica, e rispose da par suo: “Obbedisco”. Era il 9 agosto 1866 e quel telegramma a La Marmora è rimasto nella storia.

LA PERFIDA ALBIONE

di Giuseppe Borgioli

Si avvicina la scadenza della elezione del presidente della repubblica e il teatrino della politica si rianima. Il nervosismo sale e turba anche la flemma delle più alte cariche dello stato. Fare l’arbitro in una situazione ingarbugliata come questa comporta una responsabilità che i giochi in uso fra i partiti non riescono neppure a prefigurare. Tutto è lasciato agli equilibri di potere in una assemblea che non rappresenta più la nazione. I protagonisti lo sanno e agiscono come se fosse il corso normale degli eventi. Lo spettacolo deve continuare, a qualsiasi costo.

E’ accaduto un episodio di cronaca politica, saremmo tentati di definire minore, se non avesse implicazioni internazionali e non intaccasse i rapporti con gli alleati di oggi e di ieri che meritano il nostro rispetto. Il premier inglese Boris Johnson parlando della preoccupante ripresa della pandemia Covit si è lasciato scappare una osservazione sul carattere degli Italiani che può essere condivisa o contestata con la consapevolezza che il giudizio proviene da una nazione alleata che ci ha dimostrato nel tempo la sua amicizia. Fra amici possono correre dei giudizi che non assurgono a valutazioni politiche e non pregiudicano i buoni rapporti. Il premier Johnson ha osservato –più o meno – che la modalità Italiana di affrontare la pandemia ha le sue luci e le sue ombre e che in linea di massima gli Italiani non hanno molto a cuore le libertà personali come i popoli anglosassoni. Il Regno Unito è un esempio che è sotto gli occhi della storia ed è difficilmente contestabile. Benedetto Croce e il nostro Vincenzo Cuoco hanno sostenuto questa tesi sul nostro carattere e hanno scritto fior di saggi per risvegliare il nostro carattere nazionale.

Il presidente della repubblica si è sentito toccato in un nervo scoperto e ha replicato che gli Italiani amano la libertà ma hanno a cuore anche la “serietà”. Ogni riferimento alle dichiarazioni di Boris Johnson è , come si legge nei film , puramente casuale. Che cosa c’entra il riferimento non richiesto alla “serietà”? Ci sono popoli - proprio sotto il profilo della lotta alla pandemia – seri o non seri? Una fonte così autorevole come la presidenza della repubblica ci indichi la graduatoria della “serietà” e noi ne prenderemo atto. I rapporti internazionali sono già complicati e queste punzecchiature non ci servono, da qualsiasi pulpito provengano.

Abbiamo bisogno della massima solidarietà fra gli alleati per affrontare insieme, ciascuno con il proprio stile, le emergenze del nostro tempo.

Non so se il governo Italiano dia prova costante di “serietà” . In tutta franchezza non ci pare che Il Regno Unito, che ha mantenuto sempre accesa la fiaccola della libertà , abbia mai dato dimostrazione di “non serietà”.

A proposito di “serietà” ci sono 18 pescatori di cittadinanza Italiana, reclusi nelle carceri di bande libiche senza che le famiglie siano ad oggi state informate della sorte riservata ai loro cari che non hanno commesso alcun reato e senza che il governo Italiano abbia sentito il dovere df incontrarli. Questa sì che e “serietà”.

Alla fine della seconda guerra mondiale Winston Churchill appuntò la medaglia sul vessillo della Raf (l'aviazione del Regno Unito) che aveva salvato Londra, l’Europa e il mondo intero dai bombardamenti nazisti: “Mai tanti dovettero tanto a così pochi”. Altro che serietà.

di Giuseppe Basini

( Tratto dal volume "Prospettive dell'Italia 2020" della Fondazione Fare Futuro)

L'inizio di un nuovo secolo é un naturale periodo di bilanci anche per le nazioni e oggi siamo all'inizio di un secolo che segna un millennio, un periodo che sembra enorme rispetto alla nostra vita, ma che non lo é per la nostra Nazione. Perché siamo, a riflettere storicamente, la più antica nazione d'Europa . Fin da ben prima che cominciassimo a contare gli anni secondo il calendario cristiano, l'Italia già esisteva come provincia, come realtà culturale e come coscienza di sé, la cultura latina era condivisa in tutta la penisola e anzi l'intera Italia, con Catullo che nasceva a Verona, Plinio a Como, Virgilio a Mantova, Tito Livio a Padova, era ormai tutta protagonista della cultura Latina, tanto che Virgilio dedicava all'Italia un' ode nelle Georgiche e nell'Eneide chiamava Italia il luogo in cui i Troiani finalmente sbarcavano. E non a caso Dante a Virgilio si è richiamato.  Nazione lo siamo insomma da sempre e da sempre, di fatto, ai primi posti della civilizzazione mondiale. E’ difficile infatti trovare una civilizzazione che sia durata così continuativamente sulla scena mondiale come quella Italiana, dal diritto e dalla poesia della Roma Repubblicana all'urbanistica e all'architettura della Roma Imperiale, dalle cattedrali del Medioevo alla nuova cultura del rinascimento, dal metodo sperimentale di Galileo che segna la nascita della scienza moderna, alla scoperta dell'America che segna la nascita dell'era moderna e che fu consapevolmente ricordata nel messaggio del premio Nobel Compton, quando, grazie a Fermi e alla sua Pila Atomica, si aprì l'epoca nucleare : " Il navigatore Italiano é giunto nel Nuovo Mondo " . Faccio questo orgoglioso bilancio del mio Paese, all'inizio del nuovo millennio, per un preciso motivo, per richiamarne le energie, scientifiche, culturali e morali al servizio di una situazione mondiale che appare dal futuro drammaticamente incerto. Noi Italiani non sempre ce ne rendiamo conto, ma su scala storica stiamo vivendo un periodo di tranquillità, di benessere e anche di stabilità reale (sotto la grande instabilità politica) eccezionale in rapporto al resto del mondo ed anche in rapporto a quei non molti paesi che sono più ricchi di noi, per effetto del progresso economico, certo, ma anche di una antica tradizione, di una profonda solidarietà e soprattutto di una certa virtù di vivere, grazie alla quale pure la povertà è vissuta in maniera meno dura e più dignitosa da noi ( da ricco potrei vivere bene, a parte gli affetti, in qualunque parte del mondo occidentale, ma da povero, anche col nostro pessimo e mal governato stato, senza dubbio sceglierei l'Italia ). Ma nel resto del mondo non è affatto così e, soprattutto, quello che preoccupa è la rapida tendenza al peggio che è dato vedere (e questo anche da noi). E’ come se la Terra si fosse ripiegata su se stessa, con l'intero terzo mondo che sembra solo preoccupato di ripetere -in peggio- gli stessi errori da noi già fatti, mentre le grandi nazioni ricche di potenzialità hanno smesso di progettare il futuro. Come la Russia del ripiegamento economico e demografico, che, insieme alla tragica e sanguinosa prassi dittatoriale del comunismo, sembra aver perso però anche la religione laica del progresso, come gli Stati Uniti, che, a parte i due grandi sprazzi delle presidenze di Kennedy e Reagan, sono adagiati su di una mediocrità politically correct che sembra figlia della "noluntas" verde-radical chic. Come L'Europa, che, per colpa del direttorio di Francia e Germania, continua a non essere tale e, perciò stesso, a non poter sostituire e neanche affiancare il motore Americano. Certo, Trump, Putin e i federalisti europei sembrano voler arrestare questa tendenza, ma non mostrano realmente una visione del futuro sufficiente ad invertire la rotta e la Cina vuole solo diventare una grande potenza economica e militare e non mette certo libertà e democrazia tra i suoi primi valori. Complessivamente insomma si delinea lo scenario di un mondo bloccato, senza nessuna spinta nemmeno lontanamente paragonabile a quella sprigionatasi nel rinascimento o nell'ottocento, ma soprattutto nemmeno lontanamente paragonabile a quella che oggi sarebbe necessaria. Perché non ci sarebbe nulla di troppo negativo in questo periodo che, ribadisco, contrariamente a quello che molti credono é di ripiegamento, se non fosse che l'essere sul punto di raggiungere i limiti dello sviluppo sul nostro pianeta, introduce un rischio gravissimo di crollo esplosivo, definibile, a mio avviso, da un'equazione del tipo : mancato sviluppo = catastrofe = guerra e allora la vita ragionevolmente piacevole che in Italia riusciamo ancora a fare, potrebbe non durare a lungo, in un'epoca in cui non é più possibile ignorare i problemi mondiali, perché si finisce comunque per ritrovarseli addosso. E questo dal terrorismo alle guerre sante, dal grande fratello ai virus.  E allora é alla lunga tradizione di capacità storico-diplomatica di una nazione come la nostra, che bisogna attingere, per rimettere in moto, prima il processo di integrazione europea, poi quello di solidarietà atlantico-occidentale e infine quello di ricostruzione continentale comprendente anche la Russia, con l'obbiettivo di un gigantesco sforzo Euro-Americano per rimettere in moto ricerca scientifica e sviluppo tecnologico, rivolti finalmente di nuovo all’espansione reale e non solo alla gestione elettronica e inquisitrice di una mediocrità virtuale e illusoria.  E questo a favore di tutto il Mondo. L'Italia, che é stata tra i primi a raggiungere la consapevolezza dell'impossibilità di risolvere problemi globali sulla base di una spinta puramente nazionale e che proprio per questo é ancora e nonostante tutto, una nazione europeista, deve porre le risorse di un'antichissima scuola diplomatica ( e il pensiero corre a Cavour ) a cui non è estranea la tradizione del papato, al servizio di una nuova grande iniziativa, nel solco della tradizione e dello spirito occidentale . I problemi interni del nostro paese sono ben poca cosa rispetto a quelli del mondo (e lo dimostra il fatto che possiamo baloccarci, come facciamo, con mille astruserie barocche, dal localismo, alle strane authorities, fino alle formule politiche a "geometria variabile", senza – finora - danni irreparabili) e non solo se riferiti al mondo in generale, ma proprio anche agli effetti diretti che producono sul nostro paese, visto che i cambiamenti che importiamo in Italia per i sommovimenti mondiali (dalla stagnazione all'effetto serra, dal ciclo economico all'immigrazione selvaggia, dalle ragioni di scambio alle tecnologie condizionanti) tendono a diventare sempre più importanti rispetto a quelli di origine interna. Insomma stiamo passando da un lunghissimo periodo storico in cui, molto spesso, la politica estera era un prolungamento di quella interna, ad un nuovo periodo in cui è quella interna ad essere determinata da quella estera. Se non riusciremo a risvegliare l'antico spirito pionieristico occidentale in una, massimo due, generazioni, la partita per il mondo sarà perduta e con essa anche quella per il nostro Paese. Ho in testa qualcosa di preciso dicendo questo, qualcosa che deriva dalla constatazione che é impossibile, senza perdere insieme benessere, libertà e pace, accettare i limiti dello sviluppo. Intendendo con questo che é mia opinione che, senza la pianificazione urgente di una prima ondata di colonizzazione dello spazio vicino, l'umanità entro questo o il prossimo secolo, conoscerà una discontinuità (catastrofica) prima di riprendere il cammino, ma da un livello molto più basso. L'orgoglio che provo e che ho sempre provato (e che prima di me provava mio padre) di essere italiano, mi spinge a credere che un’ Italia indipendente saprà e potrà risvegliare la scintilla di un nuovo Rinascimento scientifico ed umanistico che apra la strada alla conquista dello Spazio vicino, allo stesso modo che fu nei nostri monasteri e nelle nostre accademie che si determinò il primo. Ad ogni modo che sia l'America a riprendere quello spirito di avventura che oggi sembra appannato, l'Europa o chiunque altro, noi dovremo dare il nostro contributo, meglio se tra i primi. E non ci tragga in inganno la sproporzione numerica, anche Firenze, anche Venezia, erano piccola cosa all'alba del Rinascimento, eppure, dalla letteratura, alla scienza, alla finanza, cambiarono il mondo. La possibilità di comprensione e di guida dei nuovi avvenimenti, se ci sarà, non nascerà da grandi masse o da moltitudini urlanti, ma dalle università e dai chiostri. Oggi che l'Italia, pur possedendo le chiavi di lettura di ogni singolo progresso scientifico, non è percepita da nessuna parte del mondo come potenza aggressiva o egemone, la possibilità concreta di influenzare l'atteggiamento delle altre nazioni potrebbe essere notevole, purchè si sappia cosa volere, dove andare e come . Potrebbe essere un'altro millennio di fondamentale presenza della cultura e dello spirito italiano . La Spagna della regina Isabella sappiamo dov'è oggi, a Bruxelles, a Mosca, a Pechino e al di là dell'Atlantico, ci servono però altri "navigatori italiani" per noi e per tutti gli altri. Al nostro interno, il principio della libertà trova, nella realtà italiana di inizio secolo, uno dei luoghi che maggiormente necessitano di una rivoluzione liberale e di una politica che sia conseguente . La riscoperta di libertà e tradizione è necessaria quanto mai nel nostro paese, per procedere verso un futuro che sia umano, di progresso e iscritto in un progetto comune. Lo spirito illuminista e risorgimentale, la cultura liberale, l'assunzione consapevole di tutta la storia Italiana ( dalla tradizione monarchica, ai nazionalisti, al sentimento cattolico) l'ottimismo nel futuro, la visione occidentale, l'Europa, sono tutti tasselli che devono trovare armonico posto nella visione di insieme di uno sviluppo di società nazionale, coerente con la storia e compatibile con le necessità e l'ambiente, che proponiamo all'Italia. E allora in Italia tutte le forze tradizionaliste devono riconoscersi per quello che sono, nei fatti, nelle aspettative e nel solco della grande tradizione della Destra Storica : il movimento Italiano per la Libertà (politica ed economica) e la Nazione. Libertà e Nazione, perchè è tradizionale il riconoscimento del valore della libertà della persona e contemporaneamente del suo radicamento in una comunità che è quella nazionale. E questa la base di un modo di pensare chiaro, patriottico, democratico ed Europeo, su cui chiamare a raccolta i cittadini, spronarli ed indicar loro la strada del recupero della libertà e della tradizione nazionale. E dello stato di diritto, che, dall’abbandono del giusnaturalismo in poi, non ha fatto che regredire e oggi (e purtroppo soprattutto in Italia) sembra soccombere di fronte ad una magistratura tendenzialmente autoreferenziale che, associata al populismo antipolitico, al posto della democrazia sembra quasi volersi rifare a un potere sapienziale assoluto premoderno, come fondamento di uno stato di polizia dotato di modernissimi strumenti tecnici.  E' una linea occidentale, quella che proponiamo, ma tutta dentro la tradizione italiana, una linea di Destra Storica che, entrati nell’era moderna con l’illuminismo e gli empiristi inglesi, prende forza con Carlo Alberto e Re Vittorio, Cavour e Sella, continua con Mosca e Pareto, Salandra e Sonnino, passa per Einaudi e Croce, fino a toccare De Gasperi e Pio XII, Malagodi e Pella, Sogno e Tatarella, Maranini e Martino, una linea sottile, ma che, quando ha prevalso, ha fatto la fortuna d'Italia. E' una linea rigorosamente garantista, perchè la democrazia non è una parola e una giustizia democratica non è tale, se i diritti del cittadino vengono calpestati in nome di un giustizialismo che faccia di giudici intoccabili dei poteri insindacabili. E’ una linea che considera libertà personale e democrazia beni essenziali da difendere e tutelare in ogni circostanza, anche in presenza di una pandemia, per evitare che possa realizzarsi, sotto mentite spoglie,. una via sanitaria alla tirannia. E’ una linea che vede nella rigorosa difesa e diffusione della proprietà privata la prima base dell’essere davvero libero cittadino.  E' una linea che ci vuole in Europa da Italiani orgogliosi di esserlo, condizione necessaria per essere veramente europei. E’ una linea volta a costruire un futuro che non dimentichi la storia della nostra civilizzazione.