di Salvatore Sfrecola

( tratto da: https://www.unsognoitaliano.eu/2020/05/30/magistratura-giudici-e-pubblici-ministeri-separare-le-carriere-sarebbe-un-errore/)

Come era facilmente prevedibile, lo scandalo delle “trattative” tra componenti laici e togati del Consiglio Superiore della Magistratura (C.S.M.) o dell’Associazione Nazionale Magistrati (A.N.M.) e politici prevalentemente di area PD per l’assegnazione di posti di funzione di particolare rilievo negli uffici giudiziari, sta facendo danni gravissimi. Non solo all’immagine della Magistratura, precipitata nella graduatoria della stima degli italiani, sicché la disonestà di pochi offende la dignità dei più che operano giorno dopo giorno con dignità ed onore al servizio della legge, ma perché il dibattito sta dando la stura a proposte di riforma le più pericolose per il buon funzionamento della giustizia. Al centro del dibattito la ricorrente proposta di separare le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri. A qualcun pare una buona idea. A me non sembra e vi dico perché. Vediamo prima di tutto la tesi della “separazione”. La prendo pari pari da un intervento in una chat “Riforma Magistratura” cui ha dato luogo il gruppo “Lettera 150” promosso dal Prof. Giuseppe Valditara, ordinario di diritto romano nell’Università di Torino, che ha riunito docenti e professionisti (inizialmente 150, presto più che raddoppiati) per dibattere di temi istituzionali e di generale interesse. Interventi appropriati e ritenuti meritevoli di attenzione da Il Sole 24 Ore che vi ha dedicato l’apertura e dal Corriere della Sera per varie proposte. Ed ecco una delle tesi esposte: “Il pubblico ministero non è un magistrato, ma un avvocato; non “dice” il diritto (ius dicere), ma sostiene una tesi; non esercita un’azione penale obbligatoria (con buona pace del Costituente), ma sceglie se, chi e come accusare. Dovremmo forse uscire dalle ipocrisie formali e guardare alla realtà dei fatti, traendone le debite conseguenze. Immagino delle garanzie funzionali per il pubblico ministero nel rispetto delle linee di politica giudiziaria fissate dal Ministero dell’Interno e dal Ministero della Giustizia (ed approvate dalle Camere), di modo che ci sia una responsabilità parlamentare in apicibus. Il rapporto è analogo a quello che intercorre tra il ministro e il dirigente, secondo il principio di separazione tra indirizzo politico e gestione amministrativa. Se un pubblico ministero Indaga sulle veline a casa di Berlusconi piuttosto che su gravissimi reati societari o fiscali da cittadino pretendo che qualcuno risponda di come le risorse sono utilizzate. Ora il PM fa intrinsecamente politica, ma sfugge completamente al circuito rappresentativo. L’autodisciplina del CSM è una barzelletta così come la resp. civile. Gli indicatori economici non possono funzionare. La responsabilità politica è l’unica via seria, a mio avviso. Il modello del PM-Giudice è fallito, servono altre prove di ciò? Occorre avanzare una proposta dirompente sul modello del prosecutor americano. Se ci si deve arrivare gradualmente tramite la separazione delle carriere, benvenga questo primo passo. Ma intanto attuazione del 106 Cost. Sul magistrato elettivo”.

Riassumendo:

1) “Il pubblico ministero non è un magistrato, ma un avvocato; non “dice” il diritto (ius dicere), ma sostiene una tesi”. Nel nostro ordinamento il P.M. è un magistrato, non un giudice. Infatti non “dice il diritto”. È un magistrato, perché esercita l’azione penale nell’interesse della legge, cioè dello Stato-Ordinamento. Non è un avvocato. Non è “l’avvocato dell’accusa”, come sosteneva qualcuno. Non è un “avvocato dello Stato”, come suggerì Luigi Mazzella all’atto di insediarsi al vertice dell’Avvocatura Generale dello Stato. La sua proposta in parole povere era, via i Pubblici Ministeri magistrati. Quella funzione la svolgiamo noi. Questo dimostra un errore di prospettiva. Gli avvocati dello Stato costituiscono un ufficio della Pubblica Amministrazione, quindi dello Stato-Amministrazione. È un’altra funzione. Si comprende facilmente. Se si vuole.

2) “non esercita un’azione penale obbligatoria (con buona pace del Costituente), ma sceglie se, chi e come accusare”. La Costituzione prevede che l’azione penale sia obbligatoria. È un aspetto de “la legge è uguale per tutti”. Il fatto che il P.M. non eserciti “sempre” l’azione penale ad ogni “notitia criminis” vuol dire che ha esaminato la denuncia, la segnalazione, l’esposto ed ha ritenuto non vi siano gli estremi per chiamare qualcuno in giudizio.Si dice: “Se un pubblico ministero Indaga sulle veline a casa di Berlusconi piuttosto che su gravissimi reati societari o fiscali da cittadino pretendo che qualcuno risponda di come le risorse sono utilizzate. Ora il PM fa intrinsecamente politica, ma sfugge completamente al circuito rappresentativo”. Solo se l’azione penale è obbligatoria qualcuno, il Ministro della Giustizia, il C.S.M. potrà chiedergli conto di non aver esercitato l’azione penale.

3) “Immagino delle garanzie funzionali per il pubblico ministero nel rispetto delle linee di politica giudiziaria fissate dal Ministero dell’Interno e dal Ministero della Giustizia (ed approvate dalle Camere), di modo che ci sia una responsabilità parlamentare in apicibus”. Vogliamo un Pubblico Ministero che dipende dal potere politico? Dove la “politica giudiziaria” è fissata dal Governo? O dalla maggioranza parlamentare? Che, poi, è la stessa cosa, perché è la maggioranza parlamentare che regge il governo. Si può, ovviamente, ma dove sarebbe l’indipendenza dell’organo che esercita l’azione penale nell’interesse della legge? Cosa vuol dire indicare la “politica giudiziaria”? Stabilire cosa viene perseguito tra quanto previsto dal Codice penale? Lo ha già fatto Renzi prevedendo che per reati con una pena fino a cinque il P.M. possa non esercitare l’azione. Se la maggioranza vuole escludere alcuni reali li elimina, non indica di non perseguirli. Questo è il ruolo del potere legislativo. In Francia il giudice istruttore dipende dal Ministro della Giustizia. Sapete come vanno le cose lì. Scandali nazionali non sono perseguiti.E se leggete un po’ di storia della Magistratura, come i lavori fatti per il centenario dell’Unità d’Italia, vedrete come il potere politico ha pesantemente influito sulla indipendenza della Magistratura limitandola costantemente.

4) “Occorre avanzare una proposta dirompente sul modello del prosecutor americano. Se ci si deve arrivare gradualmente tramite la separazione delle carriere, benvenga questo primo passo. Ma intanto attuazione del 106 Cost. Sul magistrato elettivo”. È una cultura diversa. Il giudice politico e il procuratore politico, entrambi elettivi, sono oggetto di un’ampia pubblicistica americana raccolta in numerosi film. Entrambi fanno campagna elettorale, promettono ai potenziali elettori che colpiranno questo o quel comportamento illecito. E non ci vuole molta fantasia per ritenere che omettano anche di dire. Immaginate in una realtà italiana ad indice elevato di presenza della criminalità organizzata: per essere eletti bisognerà promettere che in quegli ambienti non si indagherà. O si farà solo finta di indagare.

Benedetta ingenuità!

Senza ipocrisie la polemica verso i Pubblici Ministeri ha varie origini, dalla politica innanzitutto che non vuole essere controllata. Ricordo in un dibattito un sindaco dire: “io sono eletto dal popolo ed al popolo rispondo”. Gli fu fatto osservare che risponde ai suoi elettori per i profili di natura politica, del tipo ha costruito una palestra invece di un asilo, ma se ha violato la legge o ha costruito quella palestra a prezzo doppio rispetto al dovuto dovrà rispondere ad un giudice, per iniziativa di un P.M., penale o contabile.

C’è, poi, tutta una schiera di amanti dei telefilm alla Perry Mason e di avvocati sfigati che vedono il P.M. come il fumo negli occhi. Tuttavia, molte critiche sulla sovraesposizione dei P.M. hanno un fondamento. La soluzione? È semplice. Forse non serve neppure una legge ma una regola che il Consiglio Superiore della Magistratura può darsi senza sconvolgere il sistema: prevedere che l’esercizio dell’azione penale, per la delicatezza del ruolo e per l’invasività che comporta sulle persone inquisite debba essere riservata a magistrati che abbiano una esperienza ed una professionalità adeguata. Quindi mi sembrerebbe logico che l’assegnazione agli uffici del Pubblico Ministero, cioè alle Procure della Repubblica, sia riservata a coloro i quali abbiano esercitato funzioni giudicanti per un tempo congruo che abbia loro fatto percepire il senso della terzietà e dell’indipendenza propri della funzione giudicante. Proporre riforme le quali sconvolgono completamente un sistema che ha tanti aspetti positivi e che viene gestito dalla maggioranza dei magistrati con correttezza e con grande scrupolo significa, come insegna l’esperienza, proporre al dibattito le condizioni per non risolvere problemi o per risolverli nel peggiore dei modi.

di Salvatore Sfrecola

( tratto da: https://www.unsognoitaliano.eu/2020/05/29/per-michele-vietti-ex-vicepresidente-del-consiglio-superiore-della-magistratura-mattarella-potrebbe-sciogliere-lorgano-di-autogoverno-dei-giudici/)

Dunque, il Presidente della Repubblica potrebbe sciogliere il Consiglio Superiore della Magistratura. Lo ha sostenuto Michele Vietti, avvocato, politico di area centrista, che del C.S.M. è stato Vicepresidente dal 2010 al 2014. In una intervista concessa a Claudio Cerasa, direttore de Il Foglio, Vietti preliminarmente ha inquadrato il tema magistratura a tutto tondo osservando come “da anni la politica della non responsabilità fa di tutto per offrire alla magistratura più poteri di quelli di cui ha bisogno e per invocare l’intervento della magistratura su ogni aspetto dello scibile umano. Prima di chiedere alla magistratura di non sentirsi onnipotente – aggiunge Vietti – bisognerebbe chiedersi cosa ha fatto la politica in questi anni per non far sentire onnipotente la magistratura”.

E quanto al malfunzionamento del Consiglio Superiore è categorico. “Io capisco – dice – che oggi ci si chieda se sia il caso oppure no di sciogliere un CSM che fatica a funzionare. È una decisione che spetta al capo dello stato, ovviamente, ma è una decisione che non rientra nel perimetro delle ipotesi impossibili perché il funzionamento di questo organo viene compromesso non solo quando non funziona più ma anche quando funziona male. E onestamente si fa un po’ di fatica nel dire che il CSM in queste condizioni funzioni bene, così come si fa fatica a riconoscere che la politica sia particolarmente interessata a farlo funzionare meglio: conosciamo i problemi del CSM da anni e da almeno dieci mesi sono su tutti i giornali. E negli ultimi dieci mesi la politica non ha fatto nulla per sanare alcune delle ferite che si sono aperte”.

Ma non finisce qui. Con il consueto buon senso del politico di lungo corso, Michele Vietti ricorda come “un CSM ostaggio delle correnti è evidente che non può funzionare ma non può funzionare per ragioni assolute e non per ragioni legate a singoli episodi. Lo dico nel modo più semplice possibile. Riportare le correnti al loro ruolo fisiologico – al loro essere luoghi di elaborazione e di confronto di idee anche contrapposte – significa ricordarsi che la camera di compensazione delle correnti è l’Anm e non il Csm. Il Csm non è, come finge di non ricordare qualcuno, l’organo di autogoverno della magistratura, ma è ‘organo di governo autonomo all’interno del quale devono convivere anche anime diverse da quelle togate. Oggi ho l’impressione che le correnti abbiano perso il loro ruolo di dialettica ideale e abbiano assunto una logica di potere. E il ragionamento che ne consegue è: farò carriera non se sarò più bravo ma se sarò più garantito dalla mia corrente”. E, questo, ovviamente, aggiungiamo noi, non è nell’interesse di un corpo di magistrati che nella sua stragrande maggioranza è costituito da professionisti fedeli al dettato costituzionale il quale impone che i giudici siano “soggetti soltanto alla legge” (art. 101). Come, del resto, i cittadini desiderano che siano i loro giudici. Perché sia assicurata quella “certezza del diritto” che è garanzia per tutti, indipendentemente dalle idee politiche e dalla bravura dell’avvocato che ne tutela le ragioni.

di Gaspare Battistuzzo Cremonini

Il cerusico Azzolina non può guarire la ‘supplentite’

 

Operazione riuscita, paziente morto. Uno dei guai tipici della politica, e nella fattispecie della politica italiana, è che al roboante proclama ministeriale per solito corrisponde un deludente incontro con la realtà dei fatti: quattro mesi di quarantena da Covid-19 hanno convinto studenti, docenti e famiglie che la tanto sbandierata DAD (Didattica a Distanza) non è altro che un mero palliativo utile a farci dimenticare che nel nostro paese non vi sono strutture scolastiche adeguate a poter riprendere la loro funzione senza mettere in pericolo personale e allievi.

Il ministro Lucia Azzolina, che siede, val la pena di ricordarlo, sulla poltrona che fu di Francesco De Sanctis, sommo critico letterario dell’ottocento, è al centro delle polemiche però per ben altro: un giorno dice di aver risolto la supplentite - ossia l’atavico problema della scuola italiana che tira a campare con supplenti mal pagati invece di metterli in regola formando una vera classe docente, - e quello dopo sostiene di non poter fare di più che assumere 1/6 del personale che da anni è in attesa di essere regolarizzato. Salvo poi, il giorno dopo, ribadire che risolverà il problema a breve. Per poi dichiarare di non farcela il giorno di poi.

Sarebbe tuttavia poco gentleman-like, poco cavalleresco, cari amici, imputare a Lucia Azzolina tutti i mali della scuola italiana: già da sola è riuscita a fare così tanta confusione che attribuirgliene altra sembrerebbe voler sparare sulla Croce Rossa. In effetti, ad essere onesti, il problema viene da lontano.

Allo stato attuale delle cose, in Italia vi sono perlomeno 150.000 insegnanti precari, regolarmente iscritti in graduatoria e pertanto già dipendenti dello Stato, che aspirerebbero ad essere regolarizzati. Il vero ostacolo, facendola breve, è l’articolo 97 della Costituzione che prevede che agli impieghi di Pubblica Amministrazione si acceda soltanto mediante concorso.

Ciò significa che al momento i Vostri figli stanno facendo lezione con personale che è dipendente pubblico ma non è di ruolo, ossia non gli viene riconosciuta la piena qualifica di impiegato della Pubblica Amministrazione, perlomeno per quanto attiene alla sfera reddituale e del mero contratto di lavoro (per il resto, ogni docente in servizio è Pubblico Ufficiale e gode dei medesimi diritti dei colleghi di ruolo): spesso, si tratta di docenti che insegnano da anni e per anni restano supplenti.

La cosiddetta supplentite (termine che il ministro Azzolina usa spesso) impone pertanto di scegliere cosa voler fare di questi docenti a metà: se da un lato la Comunità Europea ha rilevato più volte l’irregolarità della situazione, rimane lo scoglio del concorso pubblico che per sua natura, dovendo selezionare, non metterà mai in regola tutti gli insegnanti che però già insegnano per contro regolarmente.

C’è peraltro di più. Il ministro Valeria Fedeli (PD) aveva provato ad aggirare l’ostacolo con quel favoloso istituto giuridico tutto italico ed azzeccagarbugliesco che era il concorso non selettivo, una cosa al cui confronto le convergenze parallele di Moro sembrano retorica per bambini: il docente sostiene la prova e passa anche se non la passa. E’ un concorso ma non è selettivo.

Il ministro Bussetti (Lega), più realista ed ecumenico, aveva proposto una soluzione tanto ovvia quanto semplice: un concorso per soli titoli, accademici e di servizio, per regolarizzare finalmente 150.000 docenti visibili solo da settembre a giugno. Però all’epoca ci si concentrò nel dare addosso al Bussetti tacciandolo di fascismo – pensa che originalità, - per aver proposto la reintroduzione della divisa scolastica al posto delle canotte dell’ NBA o delle minigonne adamitiche.

Il vero punto tuttavia è un altro. Siamo di fronte all’ennesima arma di distrazione di massa perché ove si volesse davvero regolarizzare questi precari, lo si potrebbe fare con estrema facilità utilizzando il piano Bussetti (ossia il famoso PAS annuale): il tema è piuttosto monetario che non ideologico.

Regolarizzare i precari vuol dire che lo Stato, di colpo, dovrebbe corrispondere 150.000 stipendi anche per i mesi estivi, mesi in cui il precario tipo entra invece in Disoccupazione e ricade sotto la protezione dell’INPS. In ultima analisi, vorrebbe anche dire che i vari atenei della penisola vedrebbero sfumare milioni di euro di compensi per i corsi di Psicologia, Pedagogia e Formazione (i famosi 24 CFU) che il candidato al Concorso Scuola deve ottenere come requisito propedeutico all’ammissione alla prova.

Insomma, lo diceva anche Giovanni Falcone: se vuoi sciogliere il mistero, segui il denaro. Il cerusico Azzolina la supplentite non la può guarire, troppi sono gli interessi che la rendono uno stato sfortunatamente fisiologico del sistema scolastico italiano. 

 

Martedì 26 maggio 2020, alle ore 18.00, il Presidente Nazionale dell'Unione Monarchica Italiana, Avv. Alessandro Sacchi,sarà intervistato dalla redazione di Impronta Magazine.

E' possibile seguire la diretta sulla pagina:

https://www.facebook.com/events/597746440871306/

Il Presidente Nazionale dell'U.M.I.,Avv. Alessandro Sacchi

RIVOLUZIONARI O CASINISTI?

di Giuseppe Borgioli

In pochi ricorderanno il nome di Ettore Troilo e l’episodio principale che ha segnato la sua biografia. Nel 1947 era l’ultimo dei prefetti politici di Milano, nominati dal CLN.

Il governo De Gasperi (con Mario Scelba agli interni) pensò bene di sostituirlo con un prefetto di carriera per ripristinare la così detta normalità.

Il partito comunista guidò una vera sommossa al grido di Troilo non si tocca! a Milano era attivo allora Gian Carlo Pajetta come capocronista de l’Unità. Pajetta si mise alla testa della sommossa che arrivò ad occupare la prefettura, proprio l’ufficio di Troilo il quale spaventatissimo seguiva da comprimario gli avvenimenti.

Mario Cervi allora giovane cronista al Corriere della sera (che seguì poi Montanelli al Giornale) raccontava questo episodio con ironia e commiserazione per la figura di Troilo, socialista e costretto a recitare la parte dell’eroe. Cervi nella confusione del momento riuscì a infilarsi nella calca dei rivoltosi e a seguire da vicino l’evolversi dei fatti. Pajetta dopo aver arringato i compagni, peraltro ben armati, si sedette alla scrivania del prefetto e raggiunse per telefono Togliatti: “compagno Togliatti abbiamo occupato la prefettura “, disse trionfalmente il capopopolo. E Togliatti gelido dall’atro filo del telefono: “e ora?”

L’episodio finì’ all’italiana con Troilo che fu rimosso e promosso ad un incarico marginale all’ONU. Resta l’insegnamento di fondo. Palmiro Togliatti a modo suo era un rivoluzionario, anzi un rivoluzionario di professione nella accezione gramsciana, Giancarlo Pajetta si rivelò anche un quella occasiona un casinista.

Fra i tanti guai della nostra povera Italia vi è anche quello di annoverare molti aspiranti rivoluzionari e moltissimi casinisti.

Il rivoluzionario vuole abbattere l’ordine presente per sostituirlo con un altro, a suo modo ha le idee chiare, anche se proiettate in un avvenire che non avviene mai. II casinista vuole abbattere qualsiasi tipo di ordine.  Per esempio, Il ministro Alfonso Bonafede è un rivoluzionario che vuole sovvertire le pratiche del diritto? Non credo, non è all’altezza. È un fine giurista? Bisogna attestarlo, per ora il suo curriculum non autorizza questa valutazione. È un arruffone che cerca di fare i propri interessi o quelli della sua parte? Ho dei dubbi, come dice il nome che porta mi sembra in buonafede. Io propendo per il giudizio collaudato dalla storia che mi fa dire che siamo di fronte a un classico casinista.

Come riecheggia il dramma poco rappresentato di Ugo Betti Corruzione al palazzo di giustizia. Quando la città, il sistema, è corrotto anche il palazzo di giustizia si corrompe.

Questione di regole e di uomini. Ho conosciuto magistrati che dopo il referendum del 2 giugno si dimisero per non servire la repubblica. Uno di questi che ricordo con particolare affetto fu rimproverato dal Re che aveva chiesto ad ognuno di rimanere al proprio posto per continuare a servire le istituzioni. E lui ne soffrì.

Altri uomini, altra Italia, la nostra Italia.

di Salvatore Sfrecola

( tratto da:https://www.unsognoitaliano.eu/2020/05/21/per-colpa-di-pochi-cala-lindice-di-fiducia-degli-italiani-nella-magistratura )

Sono mesi che i giornali dedicano pagine intere, spesso molte, all’inchiesta della Procura della Repubblica di Perugia sulla vicenda delle assegnazioni di posti di funzione apicali in importanti uffici giudiziari decise sulla base di consultazioni e trattative tra componenti del Consiglio Superiore della Magistratura (C.S.M.), esponenti dell’Associazione Nazionale Magistrati (A.N.M.) e personaggi della politica.

L’aspetto considerato illecito è nelle motivazioni delle “raccomandazioni”, basate sull’appartenenza del candidato ad una determinata componente dell’A.N.M. o alla sua vicinanza ad una parte politica, attestato dall’interessamento di un esponente di partito.

Le notizie di stampa, provenienti dalle trascrizioni delle intercettazioni depositate all’esito dell’attività istruttoria della Procura perugina, dimostrano che non si è trattato di fenomeni isolati, ma di un “metodo” che durava da tempo.

Di più, La Verità ha rivelato oggi il testo di alcune intercettazioni nelle quali alcuni magistrati di primo piano, anche esponenti di spicco dell’A.N.M., commentavano iniziative dell’allora Ministro dell’interno, Sen. Salvini: “mi dispiace dover dire che non vedo veramente dove Salvini stia sbagliando”, dice un magistrato parlando dell’indagine della Procura di Agrigento sulla vicenda di nave DIciotti per concludere, “sbaglio? Gli viene risposto “No hai ragione… ma ora bisogna attaccarlo”. E poi, “indagato per non aver permesso l’ingresso a soggetti invasori. Siamo indifendibili, Indifendibili”. Un esempio che rivela dei partecipanti a queste conversazioni una mentalità assolutamente incompatibile con quella presuppone l’indipendenza che si richiede a chi veste la toga di Giudice o di Pubblico Ministero ed è chiamato ad amministrare la Giustizia, cioè a fare applicazione delle regole del diritto al fine di garantire i diritti dei cittadini, l’espressione più alta della convivenza civile racchiusa in una norma fondamentale del nostro ordinamento costituzionale, all’art. 101 per il quale “I giudici sono soggetti soltanto alla legge” (comma 2). È l’affermazione del principio di indipendenza dei giudici. Quel “soltanto” che scandice il senso dell’indipendenza attraverso la soggezione a null’altro che alla legge. Una disposizione che, ha chiarito la Corte costituzionale, “esprime l’esigenza che il giudice riceva se non dalla legge l’indicazione delle regole da applicare nel giudizio, e che nessuna altra autorità possa quindi dare al giudice ordini o suggerimenti circa il modo di giudicare in concreto” (40/1964 e 234/1976). Una indipendenza che esprime un valore fondamentale in un ordinamento liberale caratterizzato dalla divisione dei poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, perché solo questa distinzione garantisce il libero esercizio delle diverse attività, quella di formazione della legislazione, espressione della sovranità popolare (art. 1 Cost.), che la esercita appunto attraverso i propri rappresentanti nelle Camere del Parlamento, quella di applicazione delle leggi e quella di farle rispettare ove si instauri una controversia tra privati, tra i privati e lo Stato, ovvero sia applicata una pena per violazione di una legge penale o di altra che preveda una sanzione.

Questa assoluta indipendenza comporta per la persona una speciale responsabilità che impone sacrifici, nel senso che il magistrato deve non solo essere indipendente ma apparire tale, il che significa che, anche nella vita privata, debba osservare alcune regole di comportamento, ad esempio non frequentando persone di dubbia moralità ed onestà ad evitare che possa la sua immagine essere contaminata. Allo stesso tempo non deve assumere posizioni che siano identificabili come di una “parte politica” perché non si dica che sia vicino al potere o lo contesti. In un caso o nell’altro apparirebbe agli occhi del cittadino come un giudice “schierato”. È anche per questo motivo che le udienze nei tribunali e nelle corti sono pubbliche. Perché il cittadino ha il diritto di affacciarsi in un’aula di tribunale per constatare come i giudici, gli avvocati e le parti si comportano. In sostanza per verificare che effettivamente “la legge è uguale per tutti”, come si legge nelle aule di giustizia.

Quella della pubblicità è una regola che fa parte della nostra cultura giuridica, già sancita a livello costituzionale dall’art. 72 dello Statuto Albertino il quale stabiliva che “le udienze dei Tribunali in materia civile e i dibattimenti in materia criminale saranno pubblici conformemente alle leggi”.

Ebbene questa premessa sulla indipendenza dei magistrati, occasionata da fatti di cronaca giudiziaria, l’inchiesta della Procura della Repubblica di Perugia che ha svelato indebiti e spesso illeciti accordi per l’assegnazione di funzioni direttive importanti, dimostrano che alcuni magistrati non si comportano in modo da apparire indipendenti. Alcuni, senza dubbio pochi, ma capaci di gettare un’ombra sull’intero corpo della magistratura, come dimostrano le rilevazioni che delineano l’indice di fiducia dei cittadini neelle istituzioni.

Ne dà conto l’indagine annuale di EURISPES sulla fiducia degli italiani nelle istituzioni. Infatti, se in testa a questa graduatoria troviamo le Forze dell’Ordine con il 73%, la Magistratura si colloca al 7° posto con il 36% (42% nel 2018,37% nel 2017,41% nel 2009). Un dato che deve far riflettere perché Forze dell’Ordine e Magistratura idealmente concorrono ad assicurare il rispetto della legge a presidio della legalità.

È un dato che dimostra come gli italiani siano scontenti di come vanno le cose nei tribunali e nelle corti in ragione della lentezza della Giustizia civile e penale che, se originata certamente dalla farraginosità delle procedure, dalla quantità notevole delle cause, dalla assoluta inadeguatezza degli uffici giudiziari, dalla mancanza di personale, di magistratura e amministrativo (ad esempio il numero delle udienze è condizionato dal numero dei cancellieri; sembra ne manchino 10 mila) non c’è dubbio che influisca anche la diffusione di notizie relative all’attività di taluni magistrati. Perché se è vero, come risulta dalle statistiche europee, che i magistrati italiani hanno una “produttività” molto elevata, nondimeno sentire dire, come spesso si è letto sui giornali, di sentenze depositate dopo anni dall’udienza nella quale sono state decise, diffonde un’immagine di un’amministrazione della giustizia assolutamente inaffidabile per i cittadini ma anche per gli imprenditori, italiani e stranieri, i quali hanno necessità di certezze sui tempi delle decisioni che rappresentano un momento significativo dell’attività di impresa. Si è detto più volte, infatti, che la lentezza della giustizia civile costituisce una remora ad investire in Italia da parte di imprenditori stranieri.

Non potrei concludere queste riflessioni sul grado di fiducia degli italiani nella Magistratura senza fare qualche riferimento ad orientamenti interpretativi delle leggi che svincolano totalmente il giudice da parametri sempre considerati guida dell’interprete, come l’art. 12 delle Disposizioni sulla legge in generale laddove si legge che “nell’applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e della intenzione del legislatore”, regoletta semplice che ad alcuni va stretta, in particolare a quanti seguono un orientamento che ha dato luogo a quella che è stata definita giurisprudenza “creativa”, alla ricerca del “sentire” della gente. Con quale conseguenza sulla certezza del diritto è facile comprendere e che probabilmente ha influito sull’indice di apprezzamento della magistratura. Infatti, la varietà delle interpretazioni può indurre il cittadino a ritenere che non si abbia certezza del diritto. È evidente che la sensibilità, la cultura e l’esperienza di ogni singolo magistrato possono determinare orientamenti giurisprudenziali non del tutto coincidenti ma dovrebbe ragionevolmente escludersi una differenza di interpretazione così marcata da indurre a ritenere che vi sia una libertà di interpretazione così ampia da non dare certezze al cittadino il quale ha ragionevolmente bisogno di sapere, di fronte a una determinata fattispecie, quale potrebbe essere la decisione del suo giudice.