In vista della Giornata Nazionale della Legalità, l'Unione Monarchica Italiana propone un dibattito tra i suoi giuristi "Giusto per parlare un pò di giustizia" venerdì 22 maggio 2020, alle ore 18:30, in diretta su:

https://www.facebook.com/Unione-Monarchica-Italiana-Presidenza-Nazionale-100431193645187
https://www.facebook.com/unionemonarchica/

Intervengono:
Prof. Avv. Gustavo Pansini, Prof. Avv Salvatore Sfrecola, Avv. Elio di Rella, Prof. Avv Michele Pivetti Gagliardi

Modera:

Avv. Edoardo Pezzoni Mauri,

Conclude:

Avv. Alessandro Sacchi (Presidente Nazionale U.M.I.)

di Gaspare Battistuzzo Cremonini

Se sei Boris, ti tirano le pietre

 

 

Non sembra esserci pace per il povero (si fa per dire) premier britannico Boris Johnson: tra i più bersagliati dalla stampa progressista nostrana - e non solo, - all’epoca della prima ondata epidemica nel Regno Unito, anche ora che le misure prese dal suo governo sembrano assai vicine a quelle del nostro Primo Ministro Conte (che tutto il mondo ci invidia!) la pagella assegnata al biondo-capelluto statista inglese non migliora.

In verità il caso Johnson è forse tra i più peculiari in questo momento storico. Se si volesse trovare un esempio di perfetto bias, ossia di pregiudizio, portato da molta stampa progressista verso un’unica persona, e soprattutto senza delle vere ragioni comprensibili, il caso del nostro Boris de Pfeffel (il nome completo è Alexander Boris de Pfeffel Johnson, essendo erede dei conti prussiani Von Pfeffel) è paradigmatico di come si muova la flotta mediatica del Politicamente Corretto.

Chiunque abbia letto il discorso che Johnson fece alla nazione inglese a marzo, chiunque conosca pur per sommi capi la lingua inglese, saprà che Boris spiegò ai britannici la strategia del suo Governo - ossia quella di potenziare le terapie intensive ed i servizi sanitari mentre si ‘lasciava’ diffondere il virus, avendo con sincerità chiarito come non fosse in alcun modo possibile fermarlo, - e che li avvertì, in tono affatto churchilliano, che si sarebbe prospettato un periodo di lutti diffusi e dolorose perdite.

La stampa progressista del Bel Paese prese il discorso del premier e lo traviò, nemmeno semplicemente tagliandolo (che forse sarebbe stato tipico), informando gli italiani che il Primo Ministro Johnson intendeva lasciar morire la popolazione anziana: in realtà Johnson aveva affermato l’esatto contrario, ovvero che il NHS (sistema sanitario nazionale inglese) avrebbe dato precedenza alla popolazione anziana in quanto più a rischio. Miracoli dell’intellighenzia nostrana: se non riesce a criticarti, passa direttamente a diffamarti.

Poco importa che il premier svedese Loeften, socialdemocratico (o forse è proprio questo, che importa davvero), abbia attuato in Svezia quanto già pensato in Inghilterra: pochissima chiusura e sforzo teso a sviluppare una veloce immunità di gregge. Se Johnson ha attuato progressive chiusure, proporzionali ai rischi (come aveva annunciato nel suo famoso e famigerato discorso), Loeften non ha chiuso proprio nulla e nessuno s’è mai sognato di criticarlo. Ma Loeften è di sinistra e quindi, per dirla con Orwell: c’è sempre qualcuno che chiude meglio degli altri.

Neppure l’ultimo discorso del povero Boris è andato giù alla stampa italiana che l’ha accusato di ‘chiusure eccessive’ (a volte sono bipolari… basta capirli), di ‘essere stato troppo vago nel descrivere le riaperture’ e infine di non aver gestito a dovere l’emergenza. Potremmo dire che per il Piccolo Churchill – come di certo lui amerebbe esser definito, - vale l’adagio di quella vecchia canzone: se sei Boris, ti tirano le pietre; se non sei Boris, ti tirano le pietre…

Cos’è dunque che tanto indispone gli organi di stampa nostrani contro questo pacifico e tutto sommato simpatico signore? Senza dubbio il fatto che sia laureato in Lettere Classiche ad Oxford e che sia un fine conoscitore della retorica antica: le sinistre solitamente attaccano l’avversario politico proprio sul terreno di una sua presunta inferiorità intellettuale ma nel caso di Johnson non solo questo subordine non esiste ma addirittura è rovesciato. Quanti, dei nostri sinistri commentatori, possono vantare un titolo di studio altrettanto prestigioso di quello di Boris Johnson?

La questione però è, a ben guardare, più semplice e più complessa ad un tempo. Ciò che l’intellighenzia italiana non perdona al Primo Ministro inglese è il suo essere libero: libero di dire ciò che pensa, libero dai lacci e dai lacciuoli della sottomissione alle minoranze probabili ed improbabili di questo mondo, libero di parlare come eravamo liberi di fare tutti fino a vent’anni fa.

Quando Barak Obama fu eletto alla Casa Bianca, Johnson espresse il timore che il neopresidente potesse avere delle riserve verso il Regno Unito a causa delle sue origini kenyote e quindi anticolonialiste: apriti cielo, discriminazione razziale verso il primo presidente nero! Come qualsiasi essere pensante dotato di equilibrio ragionativo può comprendere, Johnson esprimeva una considerazione di ordine storico non necessariamente condivisibile ma accademicamente del tutto accettabile.

Del resto Boris ha anche, di recente, fatto quel che è divenuto il nuovo tabu della primavera 2020: ha apertamente accusato la Cina per aver nascosto i veri dati su Covid-19 e sulla sua diffusione. Cattivaccio d’un Boris: ti permetti di dire la verità e non possiamo nemmeno darti dell’ignorante!

 

L’Unione Monarchica Italiana abbruna le sue Bandiere salutando il Geom. Arduino Repetto, già Presidente del Collegio Provinciale Geometri di Genova e figura adamantina del monarchismo ligure, stingendosi con affetto alla famiglia.

Geom. Arduino Repetto

ZONA GRIGIA

di Giuseppe Borgioli

La liberazione di Silvia Romano dopo 18 mesi di prigionia in Africa, ostaggio dei gruppi jihadisti ha sollevato polemiche in larga parte dell’opinione pubblica anche non animata da pregiudizi. Va da sé che la vita umana merita sempre rispetto. Non è di questo che vogliamo parlare.    Né ci riguarda la vicenda personale di Silvia Romano che durante (o a causa?) della prigionia si è convertita all’islam cambiando il nome come ad assumere una nuova identità. Sono fatti suoi che meritano il nostro riserbo. Ma qualcosa possiamo e dobbiamo aggiungere. Silvia Romano è rientrata in Italia non certo alla chetichella o con quella discrezione che le circostanze avrebbero suggerito. È stata accolta dalla corte ministeriale al completo con il presidente del consiglio in testa sempre più assomigliante ai personaggi dei fotoromanzi e sotto protezione dei servizi (segreti). Nella sua città, a Milano, è stata inscenata una sorta di festa di benvenuto a dispetto delle regole del distanziamento che preoccupano il sindaco Sala.  Per completezza di cronaca va riferito che la nuova eroina (ormai sono tutti eroi…)  è stata presa di mira dagli insulti che viaggiano su internet e che sembrano destinati a diventare un genere letterario.  Una circostanza ci spinge ascriverne: chiediamo un po’ di chiarezza perché ci pare che è in gioco il senso dello Stato. La trattativa per la restituzione di questa cittadina Italiana sembra sia stata officiata dal pagamento di 4 o 5 milioni (di dollari o di euro?) messi generosamente a disposizione da un fondo speciale del governo Italiano.  Siamo rimasti gli ultimi fra i governi di una certa tradizione ad accettare di pagare i riscatti per evidenti ragioni politiche. È evidente che i gruppi terroristici internazionali contano sulla generosità del governo Italiano. È sempre andata così. Governi di destra e governi di sinistra sono   ricorsi a questi mezzi per salvare gli ostaggi. Lo ripetiamo, senza astio e polemica, non va bene. La dignità dello stato non si difende pagando il riscatto. La dignità dello stato è superiore al valore della singola vita umana. Di questi principi si discusse in occasione del sequestro di Aldo Moro e allora la decisione ci parve dolorosa ma doverosa. Forse dovremo riscrivere la gerarchia dei valori della tavola della nostra convivenza se non vogliamo sprofondare nell’unico imperativo ancora ammesso: salvare la pelle, come scriveva con lucido disprezzo Curzio Malaparte.

    

RIEDUCARE IL POPOLO

di Giuseppe Borgioli

C’è un sottile filo rosso che attraversa la storia politica dell’Italia unitaria di cui alcuni giornali e saggisti sono diventati i portavoce ufficiali con tanto di patente.  Il popolo è sul banco degli imputati. I nostri hanno emesso un giudizio una volta per tutte. Il popolo non è all’altezza delle élite che lo governano o che costituiscono la classe intellettuale dirigente. Questa condanna comporta un programma di rieducazione che si confonde con la nostra storia recente. Lo stesso fascismo specialmente laddove si strombazzavano caratteri originali e universali del regime tali da forgiare una nuova umanità si era messo su questa strada.

Nell’ Italia repubblicana questo indirizzo si è trincerato in alcuni giornali che hanno fatto scuola e in alcuni piccoli partiti che avevano fatto del loro splendido isolamento una bandiera. Per esempio, il partito d’azione vissuto lo spazio di un breve mattino e il suo diretto erede partito radicale, quello della prima ora non quello di Pannella. Questi partiti si pensavano come portatori di idee originali, cardini della neonata repubblica, ma privi del minimo consenso che gli elettori si ostinavano a non capire. Elite di idee costantemente bocciate dagli elettori che preferivano i partiti di massa, democrazia cristiana e partito comunista.

Non parliamo poi dei meridionali colpevoli di aver continuato a votare monarchia rivelando la loro anima plebea. Non era ancora nata la lega e i censori giacobini potevano riversare il loro livore sulla immaturità (quasi antropologica) del popolo meridionale. La cassa del mezzogiorno nacque sotto questa temperie culturale con il sottinteso di aiutare quella parte d’Italia che stentava ad industrializzarsi.  Se potessimo descrivere analiticamente le fasi di quella forzosa e sfortunata impresa concluderemmo che i problemi di quelle regioni si aggravarono e i buoni propositi si trasformarono in incentivi alla corruzione.

La cassa del mezzogiorno era una formula pensata al nord per stendere una mano paternalisticamente al sud

Ma i nostri giacobini non ammettevano errori e i fallimenti furono imputati alla indole del popolo meridionale.

Per usare le parole di Mario Pannunzio il padre-padrone de Il Mondo per un certo tempo il portabandiera dei democratici con la puzza al naso l’Italiano era popolo degli spaghetti alle vongole. Il successore spirituale di Pannunzio è sicuramente Eugenio Scalfari. Meno elegante ma più sensibile agli affari, Eugenio Scalfari ha capito che nella seconda repubblica i partiti di massa sono finiti e che i media possono influenzare le decisioni politica.

Scalfari, eleganza a parte, ha trovato la chiave del successo. Non ha bisogno di occupare un partito.  Può dirigere l’orchestra.

Lo spartito non cambia. Il popolo Italiano (i partiti) hanno bisogno di una guida intellettuale per essere degni della democrazia, un demiurgo.  

In occasione della pandemia, (miracolo laico!) la gente si è rivelata dotata di senso civico, rispettosa delle regole…inclusi i cafoni meridionali, chi l’avrebbe mai detto? E noi poveri illusi continuiamo a sperare in una democrazia senza guide, con il RE.